Don Michele Bertozzi a dieci anni dalla scomparsa
La domenica alla Messa delle undici e un quarto, solo donna Laris, la moglie del dottore, arrivava con l’abituale, leggero ritardo.
Tutto il paese era lì, con molta attenzione e partecipazione: gli uomini da una parte, le donne dall’altra, e la Chiesa piena. La predica, dopo il Vangelo, era una sferzata che ti tagliava la faccia e ti scaldava il cuore.
Non aveva incertezze, Don Michele: il bianco era bianco, il rosso era rosso, il nero era nero. I dubbi, i se, i ma, i però li lasciava agli altri.
Era granitico il “Don”, una roccia. Come Pietro, anzi più di Pietro: il gallo per Don Michele non aveva mai cantato. Prete vero, anzi Arciprete. Sangue romagnolo, nato a Santarcangelo nel ’17, covanido di una famiglia rurale, era arrivato, beata Provvidenza, a Coriano nel ’43.
Tempi duri, anzi durissimi “dicunt”, lui che il latino lo spalmava sul pane dei pochi che andavano a scuola a Rimini. Scriveva il Comandante supremo delle Forze alleate in Italia, Gen. Alexander: “Questo certificato è rilasciato al Bertozzi Don Michele, quale attestato di gratitudine e riconoscimento per l’aiuto dato dato ai membri delle Forze Armate degli Alleati, che li ha messi in grado di evadere o evitare di essere catturati dal nemico.” Fumava, Don Michele: quante volte mi sono perso dietro quel fumo, dentro quel fumo. Predicava Don Michele: sapeva farlo e quel che diceva ti segnava e non era mai banale, scontato. Scriveva Don Michele: acuto, graffiante, conciso, rafforzava il suo pensiero che non era né facile né conformista. Amava Don Michele: la sua gente, la sua Chiesa, la sua Coriano che, massacrata dalla guerra, alzava con lui orgogliosamente la testa. Grazie, Don Michele per cinquant’anni Parroco di paese, a dieci anni dalla tua scomparsa, per sempre nei nostri cuori.
Enrico Santini
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