La parola che non c’è

RIMINI - Notizie cultura - mer 11 feb 2009
di Stefano Cicchetti

Invèl

Perchè l’italiano non ha un vocabolo specifico per dire “in nessun posto”?

Invèl in italiano non esiste. E nemmeno in francese. Mentre l’inglese ha nowhere, il tedesco nirgendwo e nirgends e il latino classico aveva nusquam, noi se abbandoniamo il dialetto dobbiamo ricorrere ai prolissi “da nessuna parte, in nessun luogo”. C’è di che sbizzarrirsi sui reconditi motivi per cui questo accade. Come mai presso certi ambiti culturali, fra i quali la Romagna, “il luogo che non c’è” è un concetto da meritare una parola apposita, mentre in altri non se n’è sentito il bisogno? Un’oscura fratellanza antropologica ci unisce forse ai britannici di Peter Pan e la sua Neverland, dei Beatles e il loro Nowhere Man? I non luoghi fanno parte di una nostra trasognata cultura, ma non di quella su cui si basa la concreta lingua di Dante?

I popoli del “velle”

Fatto sta che è proprio Dante a indicarci le ben più vicine parentele del romagnolo invèl con altri linguaggi. Lo fa nel De vulgari Eloquentia, dove riferisce che gli Aretini hanno ovelle per dire “da qualche parte”. Nell’aretino moderno e in Val di Chiana ovelle è divenuto induvelle, mentre duvelle e uvelle equivalgono proprio al nostro invèl per indicare “in nessun posto”. E la catena si allunga di contrada in contrada; ma non in direzione delle nebbie di Albione, bensì scendendo a sud. Ecco infatti, come registra La storia di ove, dove, onde, donde, di dove, da dove di Anna Lichtenhahn (1951), l’umbro dovello e l’anagnino nuvelle, mentre sul versante adriatico troviamo ad Arcevia ‘nvel; ad Ancona, Recanati e Macerata invelle; a Potenza Picena immelle o ‘mmelle; a Teramo e Atri addeville; all’Aquila nuelle. E sempre più giù, si arriva al salentino addujeddi e al calabrese duvevielli.

Che stiano per “da qualche parte”, come significhino “da nessuna parte”, tutte queste forme, secondo il dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, deriverebbero dal latino (in) de ubi velle, “là dove si vuole”. L’Archivo Glottologico Italiano di G.I Ascoli (1876), osserva che questi vocaboli composti da un avverbio di luogo più la terminazione in “velle” formano un unico gruppo, comune a tutta l’Italia centrale e meridionale.

Di qui sfrenate quanto contrastanti ipotesi degli etnologi. Taluni identificano questa famiglia linguistica con gli Umbro-Osco-Sabini e alle loro migrazioni annuali del ver sacrum: ogni primavera una parte dei giovani della tribù doveva ritualmente staccarsi dal villaggio per andare a colonizzare un nuovo territorio, adottando la direzione indicata da un animale totemico. Così dai Sabini nacquero i Piceni, guidati dal picchio verde; i Sanniti, seguaci del toro selvaggio; i Lucani, devoti al lupo. Altri si spingono ad abitatori ancora più antichi della dorsale appenninica: tale agli Ausoni, tal’altro ai Villanoviani pre-Etruschi.

C’è altrove e altrove

Da parte loro, gli antropologi fanno notare la sostanziale differenza fra due visioni del mondo. Da una parte chi, come gli Inglesi, i Tedeschi, i Latini aulici, lo stesso italiano moderno, rinchiudono il non-luogo in un ambito, appunto, del tutto negativo. Dall’altra chi, come la consorteria del “velle”, vi introduce il concetto aperto del “dove si vuole”. Quindi, alcuni considerano l’ipotetico altrove come luogo di annullamento, altri di liberazione.

Ed ecco ghiotti quesiti anche per i filosofi: il nulla dipende dalla volontà e dunque dal pensiero dell’individuo, oppure c’è – anzi, non c’è – indipendentemente da esso?

Sia come sia, la comunità linguistica del “velle” ha nella Penisola i suoi avamposti più settentrionali a occidente nel Cortonese, in Val di Chiana e ad Arezzo, a oriente in Romagna. A ennesima riprova della nostra natura meticcia di gente di confine, con una parlata sì gallo-romanza, ma robustamente innestata di apporti provenienti dal meridione.

Apporti che in questo caso non sono giunti solo per un pelo fino al fiorentino; privando così l’italiano, che ne è disceso, di un sintetico e comodo equivalente dei vari nowhere e invèl: per non doverci dilungare sarebbe bastato che Dante fosse nato ad Arezzo. Ma in quel fantomatico caso, il Sommo Poeta forse non avrebbe nemmeno scritto, sempre nel De vulgari Eloquentia, che “tutti i Toscani paiono imbecilli nel parlare” tranne, aggiunge con la sua proverbiale modestia, alcuni che hanno “raggiunto l'eccellenza nel volgare come Guido [Cavalcanti], Lapo [Gianni] e un altro [lo stesso Dante], tutti di Firenze e Cino, di Pistoia, che ho messo qui immeritatamente per ultimo, costretto da non ingiusta ragione”. 

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