Ulderico il Grande

RIMINI - Notizie sport - mer 11 feb 2009
di Enzo Pirroni

Marangoni, il supertifoso

Rovinato dal gioco, legionario in Indovina e sciupafemmine.

Ma soprattutto il più memorabile personaggio mai visto al “Romeo Neri”

Ricordare oggi, Ulderico Marangoni, è puro esercizio simbolico, tanto la di lui figura ha perduto, col tempo l’originale nitidezza che, in vita, caratterizzava il personaggio. La sua memoria, tra le inevitabili paramnesie, si costella sempre più, di un’infinità di contaminazioni latenti, di contaminazioni apocrife ed i ricordi delle infinite avventure, che lo avevano avuto protagonista,sono oggi, non altro che gelide epilepsie prodotte da racconti di improvvisati infilzatori d’acutezze insipidi e dozzinali. Marangoni, per i più, resta il “supertifoso”, quello che verso la fine degli anni 50 e per tutti i “ruggenti” sessanta, vestendosi da pagliaccio, in completo biancorosso, a volte in sella ad una povera cavalcatura, procedeva, incurante del dileggio, lungo l’anello di tennisolite che circondava il prato del vecchio stadio comunale.marangoni.jpg

L’uomo in biancorosso

In quegli anni ormai lontani, Ulderico Marangoni, fu il Carducci, l’Omero di un epos calcistico, certamente ingenuo ma di un’intensità mai più, in seguito toccata. Gli esametri attraverso i quali si produceva la sua poesia  (memorabile a questo proposito una sua cronaca della partita Cagliari –Rimini, effettuata per mezzo del telefono) erano rozzi e claudicanti, ma possedevano una formidabile forza comunicativa. Il racconto della partita avvinceva gli ascoltatori (piazza Cavour era gremita) trascinandoli in entusiasmi che rasentavano il delirio. L’enfasi sfiorava il ridicolo ma nessuno ci faceva caso. Col microfono in mano, l’ex volontario della Lègion Etrangér, seppe ipnotizzare gli ascoltatori.  Nei suoi servizi l’arbitro era sempre un venduto e figlio di una madre che usava concedersi per “picciol prezzo” Oscure macchinazioni, congiure sotterranee, bieche cospirazioni, inguaribili fistole del sospetto, fosforeggiavano nel tenebroso ordito dei suoi racconti. In caso di vittoria, le figure dei nostri giovanotti in mutande si ammantavano di epici paramenti. In caso di sconfitta, il nostro cadeva (o fingeva di cadere) in attacchi isterici diretti contro i giocatori, la società, l’allenatore e le istituzioni.

Nell’inferno di Dien Bien Phu

Nato da una nobile, antica famiglia che possedeva poderi nella vallata del Conca, Marangoni fin da giovane, più che dai problemi agrari, più che dagli studi, fu attratto dalla bramosia dell’incognito, per cui, contro la volontà dei genitori , s’invescò con i giocatori, coi pokeristi, con tutta una ciurmaglia di giuntatori e di mangiaguadagni che, nell’immediato dopo guerra, bivaccavano nei poveri caffé delle città semidistrutte. Tra i tavoli verdi, le fumose bische, i nights, le piacevoli compagnie femminili, il nobile Ulderico, andò sempre più dal nulla al nulla, illudendosi di sentire la vita, non come una sconfitta ma come “un grande ed inatteso regalo”. Nella vicina repubblica di San Marino, funzionava un casinò. Lì, dove i manichini in abito scuro si perdevano dietro al piroettare della pallina nell’insulso catino della roulette, poté lanciarsi andare alla turbinosa danza del rischio e ne finì travolto. Vedovo del denaro, spariti gli amici, in preda allo sconforto, furono le porte della caserma della Legione Straniera di Sidi bel- Abbès che lo accolsero in un abbraccio gravido di rischio e di avventura. Il 13 marzo 1954 si trovò protagonista in quello che ancor oggi è rimasto un triste toponimo nel walhalla degli eventi guerreschi: Dien Bien Phu. La magia della baraka (la fortuna per i legionari) gli permise di sopravvivere, di uscire indenne dal diavolio della guerra e dopo aver sostato (per quanto tempo?) a Marsiglia, fece ritorno a Rimini.

E l’Embassy fu il suo regno

Rimini accolse il nobile, avventuroso Ulderico come avrebbe potuto farlo una tenebrosa e lusinghevole puttana. I fratelli Semprini, si erano, impossessandosi dell’Embassy, elevati a mangravi della vita notturna e lì nella sinforosa, elegante atmosfera, il nostro uomo, fissò il proprio territorio di caccia. Qui danzò, senza per altro udire la musica (la sordità era un grazioso cadeau che l’Indocina gli aveva fatto), con le più belle donne del tempo, strizzando un occhio all’incomparabile Elio, un barman di classe che cercava con discrezione di ammollirgli e rallegrargli l’amaritudine di un’esistenza sempre condotta sul canapo della precarietà, con colazioni superbe e cene sontuose. All’appressarsi di ogni stagione agonistica, Marangoni, provvedeva a stampare una sorta di calendarietto nel quale erano proposti tutti gli incontri della Rimini Calcio. Il calendarietto era imbottito di pubblicità. Nessun tipografo si adontò per un conto non pagato o per un piccolo prestito non restituito. Viveva anche in questo modo Ulderico. Ma proprio quando le cose avevano preso una giusta via, la magia della baraka, l’abbandonò. Un male immondo lo accompagnò verso l’estrema catabasi. Dopo di lui altri vollero provare ad ergersi a capo-popolo, ad organizzatori del tifo locale. Furono patetici epigoni. Nessuno di questi seppe elevarsi oltre al ruolo di matamoro sbilenco, di arruffapopolo improvvisato. Marangoni resta, nella memoria degli sportivi riminesi, un personaggio inimitabile, davvero geniale.        

 

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