La via Flaminia: ieri come oggi
Duemila e duecento anni di viaggi
Ancora oggi la strada romana è l’asse più importante di Rimini sud
Pare incredibile, ma la via Flaminia, sui cui lati è nato borgo San Giovanni, è ancora oggi l’asse viario più importante di Rimini sud. Eppure sono passati ben più di 2 mila anni: i lavori per costruirla iniziarono nel 220 a. C. grazie al console Caio Flaminio, che volle un’arteria che collegasse l’Urbe con gli avamposti romani allora più avanzati nell’Italia settentrionale.
La costruzione di una strada, infatti, era una responsabilità militare, quindi ricadeva sotto la giurisdizione di un console: tale processo aveva persino una definizione militare, viam munire, come se la strada inizialmente fosse una fortificazione. Questo perchè le strade romane dovevano prima di tutto permettere alle legioni di raggiungere un luogo nel minor tempo possibile. La Flaminia originariamente arrivava a Pisaurum (Pesaro), mentre nel 187 a. C. fu allungata fino ad Ariminum (Rimini).
La Flaminia, come tante altre strade consolari, fu fatta restaurare dall’imperatore Augusto, e la nostra città per ringraziarlo nell’anno 27 a. C. gli dedicò la nuova porta d’accesso alla città, l’arco d’Augusto, nel luogo dunque dove la Flaminia finiva. Nel Medioevo fu chiamata anche via Ravennana ed era la principale arteria che attraversava i domini della Chiesa in Lazio, Umbria, Marche e Romagna.
Anche in epoca romana le carte stradali accompagnavano i viaggiatori, che potevano anche trovare indicazioni sulle distanze grazie ai miliari, cippi in pietra posti ad ogni miglio: sulla Flaminia, il terzo miglio da Rimini è ancora segnalato all’altezza di Diramare, nella località detta appunto Il Terzo, mentre il popolo chiama l’avanzo del cippo e stronzi d’Urland. Chi andava per la Flaminia aveva tempi di percorrenza diversi: una legione non necessitava di luoghi di sosta, in quanto portava con sé un intero convoglio di bagagli (impedimenta) e si accampava a lato della strada ogni sera in un castrum, quindi poteva coprire anche 15 miglia al giorno, circa 22 chilometri; ma si narra anche di marce forzate da 30 o 35 miglia. I carri ed i viandanti potevano viaggiare al massimo 8 miglia al giorno.
Lungo le strade consolari in età imperiali era organizzata una rete di mansiones gestita dal governo centrale e messa a disposizione di dignitari, ufficiali, o di chi viaggiasse per ragioni di stato. L'identificazione degli ospiti avveniva grazie a documenti simili a passaporti. Per per i viaggiatori comuni c’erano osterie dette cauponae, spesso accanto alle mansiones ma alquanto malfamate, frequentate da ladri e prostitute.
I patrizi avevano però bisogno di qualcosa di meglio. Nei primi tempi dello sviluppo viario, le case vicine alla strada dovevano offrire ospitalità per legge, e questo probabilmente originò le tabernae che non erano esattamente taverne, ma piuttosto ostelli. Con il crescere di importanza di Roma crebbero anche le tabernae, che divennero più lussuose e si guadagnarono una buona o cattiva reputazione a seconda del loro livello. Talvolta disponevano addirittura di piccoli impianti termali.
Fonti: Oriana Maroni, Maria Luisa Stoppioni “Storia di Rimini”; Antonello Cerruti “La posta nell’antica Roma”
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