Gente da marciapiede
Fobie riminesi
In una città che venera le auto ogni spazio per i pedoni viene temuto e combattuto
Per la serie «I grandi nemici del riminese», oggi vi parleremo del marciapiede. Sembrerebbe impossibile vedere in questo umile dettaglio dell'arredo urbano una vera e propria minaccia alla quiete e all'incolumità pubblica. Eppure è quanto succede a Rimini. Qui il marciapiede non è il provvidenziale zatterone amico dell'anziano, del bimbo, della mamma con passeggino, ma una soperchieria cui opporsi con ogni mezzo, preferibilmente a quattro o a due ruote. Secondo gli studiosi di psicologia metropolitana, l'equivoco potrebbe nascere da un'errata interpretazione del termine: «marcia-piede», cioè «qualcosa che fa marcire il piede». Il riminese teme oscuramente che il semplice contatto degli arti inferiori con lo zoccolo di cemento provochi una specie di lebbra, di cancrena inguaribile. Niente di strano che la semplice vista di un marciapiede gli provochi attacchi di idrofobia, e che vi salga preferibilmente in auto o in bicicletta. Anzi, il riminese, se possiede un cane, lo incoraggia a defecare su quella striscia di asfalto maledetto. Mancanza di senso civico? Al contrario, è un generoso tentativo di dissuadere i pedoni dall'avventurarsi su quel terreno contaminato e convincerli a camminare sulla carreggiata. Essere travolti da un'auto è spiacevole, ma sempre meno che tornare a casa con i piedi marci come gli alpini della divisione Julia di «Centomila gavette di ghiaccio». Perfino le autorità locali non sfuggono a questa bizzarra superstizione, realizzando meno marciapiedi possibile, e lasciando i pochi esistenti in condizioni impraticabili, con buche, trabocchetti e crepacci fatti apposta per scoraggiare il pedone incauto o razionalista. Altri linguisti sostengono che, nella mente del riminese, non è il marciapiede la fonte dell'impurità, ma chi vi cammina sopra, ossia il pedone. In una città votata al culto del motore a scoppio, chi si muove a piedi è un eretico, un bestemmiatore, un essere marcio dentro. Sarebbe dunque il suo «marcio piede» a contaminare l'asfalto; di qui la necessità di purificare il marciapiede parcheggiandovi sopra appena possibile una moto gigantesca. Il pedone riminese, dal canto suo, quand'è possibile tenta di mimetizzarsi, marciando sul marciapiede solo quando la città è deserta, e preferendo la strada nei momenti di traffico. Il messaggio che vuole trasmettere ai suoi simili è: «io non odio le auto, le venero come tutti voi, anzi, guardate, ci cammino in mezzo, cerco il contatto, pur di non sottrarmi al loro esaltante viavai arroccandomi sul marciapiede rischio di farmi investire.» Gli abitanti del centro storico, piuttosto che pretendere la costruzione di un abominevole marciapiede davanti alle loro abitazioni, preferiscono farsi stirare da un'auto sulla soglia di casa. O uscire col Suv anche per andare a comprare un etto di mortadella dal macellaio di fronte. Tutto, pur di non farsi scambiare per gente da marciapiede.
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