RIMINI Palazzo Lettimi, una ferita che fa ancora male

RIMINI - Notizie Storia Borgo ad zìtà - mer 28 mag 2008
di Luca Vici
[{Era la residenza nobiliare più importante della città} Distrutto dalla guerra attende ancora un restauro Intanto sta per partire una campagna di scavi archeologici] Tra le maggiori perdite che la seconda guerra mondiale ha arrecato al patrimonio storico artistico della nostra città (oltre l’82% degli edifici venne distrutto o gravemente danneggiato) c’è sicuramente Palazzo Lettimi, che costituiva uno dei pochissimi palazzi nobili di epoca rinascimentale di Rimini. E’ bene ricordare che l’odierna Via Tempio Malatestiano, prima delle distruzioni belliche, era costituita da edifici di grande valore storico, come il Vescovado, detto anche Palazzo del Cimiero, sulla cui area oggi sorge Palazzo Fabbri, e il palazzo Diotallevi, ancora oggi visibile sebbene restaurato dopo il danni che anch’esso subì durante la guerra. Il vuoto che ha lasciato la distruzione di palazzo Lettimi non è solo visiva - un esempio purtroppo tangibile della barbaria della guerra - ma è anche culturale: la storia del palazzo costituisce infatti una pagina importante delle vicende riminesi che con la scomparsa dell’edificio vanno recuperate dalle nebbie della storia. [{Un progetto di Bramante?}] Il palazzo venne costruito nei primi anni del secolo XVI dall’uomo di governo e magistrato Carlo Maschi su progetto, secondo un’ipotesi dello storico riminese Tonini, di Donato Bramante. In un atto del 24 dicembre 1513 il palazzo era descritto come: “non ancora finito”; per completarlo fu dato incarico a “Francesco muratore del fu Giovanni de Carpo”, identificato in un antenato di Alessandro Gambalunga. In precedenza un simile incarico non era stato rispettato dal maestro Gabriele o Giuliano da Montale, ingaggiato nel 20 maggio dello stesso anno. Del 25 agosto 1513 è invece un atto che commissiona ad Achille Pirotti de Pirottis, un falegname di Sassocorvaro, la costruzione del cornicione in legno della facciata. Il palazzo, composto da quattro piani, doveva essere molto alto per l’epoca, in una città dove raramente le case private superavano i due piani, sovrastati dalle moli degli edifici religiosi e dai palazzi pubblici dell’allora Piazza della Fontana (oggi Cavour). Alla morte del Maschi, il palazzo fu ereditato da un’altra antica famiglia, quella dei Marcheselli (la Cronica di Giovanni Antonio Rigazzi, scritta nel 1557, la cita fra i 17 nobili casati riminesi attestati prima del 1200). Carlo Marcheselli, nel 1570, commissionò all’artista faentino Marco Marchetti (1526-1588), la decorazione del soffitto del salone nobile con la raffigurazione delle imprese di Scipione in Spagna durante la seconda guerra punica, oltre al fregio in una lunga striscia sotto il soffitto: per questa impresa l’artista faentino, già collaboratore di Vasari e noto per aver lavorato al Palazzo Vecchio di Firenze, ricevette un compenso di 110 scudi d’oro. Mentre il fregio è andato completamente perduto a causa delle bombe del 1944, sono state salvate dalle macerie sette delle undici storie di Scipione, oggi conservate nel Museo della Città, che ci mostrano il manierismo tosco-romano del Marchetti. [{Ospitò sovrani e fu covo di rivoltosi}] Insieme a questi affreschi, dell’edificio cinquecentesco restano alcuni elementi interessanti: il muro a scarpa raccordato alla parete da un cordolo in pietra, oltre alle belle formelle a bugna del portale, alcune in condizioni di conservazione assai precaria, che ci mostrano i simboli uniti delle famiglie Bentivoglio (diamante) e Malatesta (rosa), vicine a quella di Carlo Maschi, forse a ricordo di una unione matrimoniale; ed infine lo stemma della famiglia Maschi, ancora oggi visibile sopra le cornici in pietra delle finestre, sormontato da una coppia di delfini. Il palazzo ospitò personaggi importanti durante la sua storia, tra cui i regnanti inglesi e Cristina di Svezia. Come riferisce Tonini, da qui uscirono anche le prime schiere di rivoltosi durante i moti del 1845. Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1770 il palazzo venne acquisito da Andrea Lettimi, che nel 1783 lo restaurò innalzandolo di un piano e collegandolo alla residenza attigua. Dal 1902 diventò, per lascito testamentario, di proprietà comunale, con il vincolo che divenisse sede del Liceo Musicale con intitolazione a Giovanni Lettimi: con solenne cerimonia nel salone nobile, il liceo si insediò nell’edificio l’anno successivo. [{La salvezza dall’Università?}] Oggi lo stato di conservazione del palazzo è perfino peggiorato, se confrontato ai danni, seppur molto seri, che gli aveva inferto la guerra. Mentre è assai recente l’apertura degli spazi interni attraverso il portale cinquecentesco, in un’area “verde” inserita tra le rovine, romanticamente ribattezzata Giardino degli Aromi. Tra queste ruderi si trovano anche quelli del teatro romano – secondo alcuni, la parte riservata ai lupanari giacerebbe proprio sotto il palazzo - monumento che si intende indagare archeologicamente, e per il quale dovrebbe iniziare a breve una campagna di scavi proprio all’interno del Giardino. Da qualche anno si è fatta strada l’ipotesi che l’Università si faccia carico della ricostruzione dell’edificio, per ospitare una propria sede: sarebbe questo un modo per sanare una ferita aperta nel nostro centro storico, che ad oltre 60 anni dalla distruzione, deve trovare un rinnovato decoro architettonico, per risarcire in qualche modo il centro storico di una città come la nostra che oltre ai danni gravi della seconda guerra mondiale, ha subito quelli gravissimi di una ricostruzione scellerata e frettolosa ma anche dell’abbandono di alcuni gli edifici che attendono un degno restauro. Teatro Galli in testa. {Fonti: Tonini, Guida illustrata; Piergiogio Pasini, Museo della Città; Giovanni Rimondini, Storia illustrata di Rimini III}

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