RIMINI Se il medico è lui stesso medicina

RIMINI - Notizie Benessere - mer 28 mag 2008
di Redazione
[{Il rapporto fra dottore e malato} La cura è più efficace se tiene conto della comunicazione] L’Oncologia, nell’ultimo decennio, è stata caratterizzata da notevoli innovazioni nel campo della diagnosi – con le nuove tecnologie come TAC e PET - e della cura, con l’introduzione delle cosiddette “terapie intelligenti”, in grado non solo di aumentare l’aspettativa di vita ma anche di ridurre gli eventi avversi e migliorare l’accettazione della terapia da parte del malato. La maggiore conoscenza dei meccanismi biologici molecolari responsabili del manifestarsi della malattia neoplastica e la sempre più stretta collaborazione tra gruppi di ricerca internazionali hanno fatto sì che i vari protocolli diagnostici e terapeutici adottati siano sempre più specifici riguardo alla malattia, ma paradossalmente meno personalizzati. In quest’ottica è possibile che il medico possa perdere di vista l’attenzione clinica verso la “persona” ammalata, orientandosi di più verso gli aspetti strumentali e biotecnologici. Il nuovo Codice deontologico del medico italiano sancisce il diritto del paziente a ricevere informazioni - fornite con attenzione e sensibilità - circa la sua malattia e il dovere del medico di ottenere un consenso informato da parte del malato su eventuali procedure diagnostiche e terapeutiche. Questo, però, non esaurisce il concetto di relazione medico-paziente. Il modello culturale “biomedico”, in cui il dottore deve in primo luogo identificare e classificare la malattia, poi proporre il trattamento che si mostra più efficace, è ancora oggi prevalente in Italia e negli altri paesi occidentali. Una relazione centrata sulla malattia pone il medico in una posizione dominante. Questo modello, tecnicamente vincente, comporta però un pericoloso impoverimento della componente umana e relazionale del rapporto di cura. Sappiamo molto bene che nella lotta al tumore entrano in gioco variabili fondamentali che derivano dalle risorse psicofisiche della persona ammalata, che possono essere tirate fuori da una buona relazione medico-paziente. Per questo, da diversi anni, si è sviluppato un altro modello, basato sul paziente, nel quale ai compiti del medico si aggiunge anche “il confrontarsi con il vissuto di malattia”. Cosa cambia nella medicina “patient-centred”? Il paziente viene riconosciuto come unico esperto del modo in cui vive la propria malattia, e il medico deve indagarne i fattori personali, psicologici e sociali, senza rinunciare all’approccio scientifico. La comunicazione con il paziente diventa lo strumento essenziale per indagare sul vissuto di malattia, la relazione si allarga a tutta l’equipe medica. Lo strumento fondamentale è “l’ascolto attivo ed empatico” che significa dare spazio al paziente interrompendolo solo quando è necessario; incoraggiarlo ad esprimersi anche grazie a un uso consapevole e strategico del silenzio; cercare di individuare anche le domande non espresse. Perché ciò sia reso possibile occorrono il tempo e lo spazio giusti. Con i ritmi attuali di lavoro, dove l’attenzione è più rivolta all’abbattimento delle liste di attesa, spesso il tempo della comunicazione è ridotto e il medico più che comunicare informa la persona che diventa “paziente”. Anche lo spazio ha una grande importanza, non solo per l’accoglienza ma anche per dare una giusta importanza al momento. Il medico deve avere la possibilità di sviluppare quel legame che lo avvicina al paziente rendendolo in grado di comprendere e di condividere la sua sofferenza senza comunque perdere la lucidità razionale della sua scienza, consapevole del valore terapeutico del proprio modo di mettersi in relazione e della possibilità di usare le proprie attitudini personali per contribuire al benessere del paziente. Il medico, allora, diventa egli stesso medicina. {Dott. Franco Desiderio, Oncologo, Vicepresidente Società Italiana Programmazione Neurolinguistica}

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