RIMINI La paura non conviene
RIMINI - Notizie Prima Pagina - mer 11 giu 2008
di Stefano Cicchetti
[{ Il sonno della ragione e della memoria}
Le chiusure generano povertà e solitudine]
Sabato scorso mi trovavo al porto per qualche lavoro alla barchetta. Ero quindi conciato di conseguenza: tuta millebuchi, imbrattato di vernice antivegetativa fino ai capelli e fradicio della pioggia impietosa di questa primavera balzana. In tale stato, vengo avvicinato da una signora ed ha luogo la seguente conversazione:
“Italiano?”, dice lei.
“Sì”
“Una farmacia?”
Al che adotto il consueto stranierese, aiutandomi con il più ampio gesticolare:
“Andare sinistra, left! Poi sempre dritto circa trecento metri, tri andred meters, poi parco, park, e fontana, fontein, ancora go on dritto e lì farmacia”.
Al che, alle spalle della signora spunta un ragazzetto:
“Ma no, mamma! In farmacia vacci dopo, no? Andiamo prima a vedere la spiaggia, è un’ora che camminiamo per arrivarci!”. L’accento è sì del nord, ma certamente non d’oltre confine.
Come sempre, l’incontro di due pregiudizi ha generato l’equivoco. Il mio pregiudizio di riminese mi ha fatto presumere che la turista fosse straniera, quando avrei dovuto sapere benissimo che la stragrande maggioranza dei nostri ospiti è invece italiana.
Il pregiudizio della signora poggiava invece su di una presunzione un tantino più inquietante: uno conciato così, che sta facendo lavoracci tanto umili, non sarà albanese, o slavo, o magrebino? E in tal caso, sarà prudente chiedergli un’informazione?
Di solito, quando siamo in trasferta e cerchiamo aiuto, chiediamo se l’interlocutore è del posto, così da appurare che quel qualcuno ci possa rispondere. La signora, invece, prima di tutto voleva accertarsi della nazionalità, ottenendo fra l’altro una risposta talmente sconclusionata da incrementare i suoi timori.
Mai come ora il motto di Giovanni Paolo II, “Non abbiate paura!”, è un grido nel deserto. Così a quanto pare siamo ridotti. O anche peggio, a giudicare da certi sondaggi che ci descrivono travolti dal terrore dello straniero. Sondaggi che diventano un tutt’uno con “il clima” imperante nel nuovo governo, ansioso di inviare “messaggi” che ci facciano dormire tranquilli.
Nel frattempo abbiamo già messo a nanna tante cose, a cominciare dalla memoria e dalla ragione.
“Videro… i bimbi cisposi, in braccio alle madri che nemmeno scacciavano le mosche che coprivano loro gli occhi…”. La scena è descritta in “Jules e Jim”, il capolavoro di Henri-Pierre Roché (scritto nel 1953; nel 1962 Françoise Truffaut ne trasse un celebre film). I protagonisti si muovono negli anni Venti; non a Calcutta o Kinshasa, ma a Chioggia, nel cuore del nostro beneamato nord-est.
Qualcuno di quei bambini coperti di mosche è probabilmente ancora vivo. Ciò non impedisce ai suoi nipoti, né forse a lui stesso, di guardare ai bambini cisposi di oggi con indifferenza, se a casa loro, con repulsione e odio, se giunti fin da noi. Facile che si trovi a Mestre a manifestare contro il villaggio Sinti. Perché la nostra memoria dispone di un comodissimo accessorio, quello che ci permette di cancellare quanto ci è più sgradito.
La ragione può a sua volta dormire tranquilla, visto che nessuno la scomoderà per notare che in tutti i Paesi ricchi del mondo esiste l’immigrazione, ben più ampia e più antica della nostra. Ovunque non sono mancate reazioni di paura e chiusura, di razzismo più o meno dichiarato. E ovunque chi ha promesso di fermare le ondate dei poveracci in cerca di sorti migliori ha fatto un buco nell’acqua. I sistemi adottati sono stati più o meno duri, più o meno umani, ma dappertutto il risultato è stato il medesimo: gli stranieri sono entrati. Il che, più che far piacere ai “buonisti”, ha dato una mano alla crescita e alle ricchezze di quelle società. Dunque paura e razzismo più di ogni altra cosa non convengono. Ma se dite una cosa del genere in pubblico, abbiate cura di essere vestiti per bene: se siete in tenuta da lavoro potrebbero scambiarvi, Dio non voglia, per un immigrato.
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