RIMINI La testimonianza di un sì, il destino di un no

Rimini - Notizie attualità - mer 03 dic 2008
di Redazione

[{Al Novelli Erri De Luca con “Provando in nome della madre” e Franco Branciaroli in “Vita di Galileo”} In scena due opere che non danno risposte ma stimolano domande] "Quando, coll'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità." Venerdì 5 dicembre al Teatro Novelli va in scena “Provando in nome della madre” di e con Erri De Luca. Dal 16 al 18 dicembre è in cartellone la “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht con Franco Branciaroli, regia di Antonio Calenda. Due spettacoli attuali per lo spessore della proposta culturale, due modi opposti e paradigmatici di affrontare un momento decisivo dell’essere. Al centro dello spettacolo di Erri De Luca, tratto dal suo romanzo “In nome della madre”, c’è Marìam, madre di Gesù, colta nel momento dell’accettazione e del compimento del suo destino da “operaia della divinità”. Di lei l’autore racconta «il senso di colpa, lo sgomento, lo smarrimento» ed infine la scelta, fatta da una «madre incudine, fabbrica di scintille», con la creaturale e gloriosa sofferenza del parto. “Noi abbiamo immaginato una messinscena particolare - commenta De Luca - una situazione da teatro in prova, in fieri, in allestimento”. Che muove dalla lettura di pagine del testo a un vero atto teatrale. Il Galileo del Teatro degli Incamminati, che vive in “un’ideale scena-cosmo-mente”, è quello della versione definitiva di Brecht, e non assolve il personaggio dalla sua abiura. Il “testamento spirituale” brechtiano, più volte rimaneggiato fra il 1938 e il 1943, è uno strumento per interpretare le ombre e le contraddizioni del presente, in Italia fin dalla fondamentale versione di Strehler del ’63. Galileo, lo scienziato che con le sue intuizioni potrebbe rivoluzionare gli equilibri teologici e sociali dell’epoca, ma ritratta perché ha timore della tortura e nessuna vocazione eroica sembra una metafora dello scienziato moderno, catturato dal binomio scienza-potere, che ha messo “la (sua) sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini”. Ma che davanti alla scelta se restare fedele a se stesso, agli allievi e alla scienza e ad essa sacrificare la vita, decide per la salvezza. Non senza sofferenza. “Beato il mondo che non ha bisogno di eroi, beato il mondo che ha bisogno di uomini”? Forse è qui che, al di là delle differenze, le due messe in scena rivelano un sottile filo rosso che le rende complementari. Da un lato una donna che accetta di mettere la sua esistenza a disposizione di qualcosa che la trascende e che forse non comprende pienamente, celebrata dalle commosse parole di un laico. Dall’altro, un uomo che, pur convinto delle proprie scoperte, viene a patti con l’autorità costituita, perché antepone alla verità la propria esistenza singola. La sconfitta di Galileo sembra essere figlia della mancanza di qualcosa che trascenda la verità scientifica cui faceva riferimento. Ma se la fede per essere vera ha bisogno della testimonianza della propria vita, la verità scientifica sembra invece poterne fare a meno, perché dimostrabile al di là del proprio destino individuale. Resta il dubbio che una verità scientifica così articolata si riduca semplicemente a una tecnica. Ed ecco il problema dell’uso che il potere può fare della scienza, centrale nel Galileo di Brecht e drammaticamente attuale oggi. Due opere diverse che rimandano entrambe a un’infinita dialettica tra fede e ragione, senza che una verità ultima possa mai determinarsi. Un buon motivo per andare a teatro: farsi nuove domande.

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