RIMINI Sant’Andrea, il borgo delle acque

RIMINI - Notizie Storia Borgo S. Andrea - mer 11 giu 2008
di Luca Vici
[{Fra fiumi, ruscelli e sorgenti} Il sistema idrico di Rimini faceva perno su Porta Montanara] L’acqua è sempre stata per l’uomo un elemento vitale, imprescindibile risorsa per ogni comunità, ed è per questo motivo che nel momento in cui si decideva di fondare una città, ci si accertava della disponibilità idrica La fondazione di Rimini non è certo sfuggita a questo criterio. Ed anzi, ai primi abitanti il sito deve essere stato considerato addirittura ideale: fra le foci di due fiumi, il Marecchia e l’Ausa, in territorio ricchissimo i sorgenti e corsi d’acqua minori. [Gli acquedotti romani] Come risaputo i Romani erano maestri nella costruzione di acquedotti che erano presenti in ogni loro città: anche a Rimini sono stati rinvenuti i resti di queste strutture. Negli anni 70’, infatti, in località Padulli, è emersa una notevole porzione di canale in muratura: questa struttura fu costruita per sfruttare al meglio le pendenze naturali tra la sorgente di Monte La Cava e il centro cittadino. Le grandi strutture ad arcate, ancora oggi visibili in molte parti d’Italia, erano invece usate in territori dove la città è divisa dalla sorgente da valli e rilievi, problema insesistnte nel caso riminese. Un altro tratto di acquedotto è stato rinvenuto nel 1996, costituito da 18 elementi di una porzione di conduttura lunga quasi cinquanta metri, in questo caso in pietra scalpellata, ma anch’essa allineata con Monte La Cava e con il cosiddetto Canale dei Molini, che scorreva nel borgo di San Andrea e riforniva fino a tempi recenti anche il Lavatoio. L’acquedotto arrivava nei pressi della Porta Montanara mediante una condotta di mattoni e pietra, per poi entrare in una cassetta di distribuzione, che aveva il compito di smistarla nei tubi di piombo, le {fistulae}, alle varie parti della città. Il Tonini riferisce che nell’anno 1867 nei pressi dell’incrocio tra le vie Sigismondo e Garibaldi fu rinvenuta una fontana pubblica romana, che consisteva in una grande vasca rettangolare, di oltre 7 metri di ampiezza, costruita con lastre marmoree intercalate a pilastrini innestati ad incastro, alimentata da una propria fistola di piombo. Non sappiamo con precisione chi abbia realizzato l’acquedotto romano. Ma appare probabile che, vista la disomogeneità dei resti ritrovati, sia stato realizzato in età repubblicana poco dopo la fondazione della città (II-I secolo a. C.) per poi essere ristrutturato in età imperiale; forse, come dice la tradizione, da Antonino Pio (138-161 d. C.). Ne sarebbero testimoni i rinvenimenti, nei pressi della fontana della Pigna e dei condotti lapidei, di alcune monete recanti l’effige dell’imperatore, che tuttavia potrebbero indicare solo lavori di manutenzione del tratto. [La Contrada del Rigagnolo della Fontana] L’acquedotto urbano alto medievale raccoglieva le acque dalla località Condotti sfruttando l’alveo del Quaracense, corso d’acqua che in origine passava a fianco dell’odierno Castel Sismondo: in questo spazio furono collocate le tubature per portare acqua al “Fontanone dei cavalli” accanto all’odierno teatro e poi alla fontana della Pigna in piazza Cavour (allora, non a caso, piazza della Fontana); dal Fontanone in poi lo scarico avveniva a cielo aperto, da cui l’antico nome di via Gambalunga: Contrada del Rigagnolo della Fontana. Nel basso Medioevo l’acquedotto fu restaurato, o per meglio dire rattoppato a più riprese, fino agli interventi di Sigismondo Pandolfo Malatesta durante la costruzione del suo castello; secondo le fonti scritte, il fossato poteva essere inondato proprio deviando il flusso del nuovo sistema idrico. [Una fonte di energia senza alternative] Nel Medioevo, inoltre, vennero eseguiti diversi interventi sui fiumi e i rigagnoli che giungevano a Rimini: il Mavone, torrente che passava per il borgo di San Andrea, nelle vicinanze della chiesa intitolata all’omonimo santo, fu deviato nell’Ausa alle spalle della città; il fosso Quaracense fu condotto nel Marecchia per mezzo di una chiavica; il Canale dei Molini (o fossa Patara) fu invece inserito nel tratto del vecchio Mavone. L’appellativo “dei Molini” non è casuale, poiché già dal 1117 è segnalata la presenza di un molino del Comune, mentre un molino appartenente ai canonici della Cattedrale è attestato addirittura al 996. Lungo il suo corso, il canale dei molini serviva numerosi impianti produttivi tra i quali la gualchiera degli Umiliati (poi delle Umiliate), ordine di “frati-lavoratori” presente dal 1261 che si trovava a Montecavallo presso l’odierno istituto delle Maestre Pie; oltre a numerosi laboratori artigianali del quartiere Cataro, fra cui certamente almeno un molino da grano e ad una cartiera. {Fonti A.R.R.S.A. AQUA ARIMINENSIS Delucca, Ravara Montebelli, Zaghini SANT’ANDREA UN BORGO FRA LE ACQUE}

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