RIMINI Decidiamo una volta per tutte il nostro mestiere
RIMINI - Notizie Attualità - mer 09 lug 2008
di Stefano Cicchetti
Rimini è una città turistica. Se il turismo è un’industria, il suo prodotto è la città, con tutto quel che ha da offrire. La nostra città per decenni ha voluto definirsi “capitale delle vacanze”. Senza la presunzione di esserlo per davvero, ma per cercare almeno di non scivolare nella periferia di un mercato sempre più globale, qualcosa dobbiamo pur fare. Non so se siano le “onde” di De Smedt o il redivivo Kursaal di Nouvel, non so se siano il grattacielo e il pontile di Foster. Personalmente, credo che il lungomare abbia bisogno di un grande spazio permanente e coperto per spettacoli, di una zona commerciale da stropicciarsi gli occhi, di far sparire le auto, di tanto, tanto, tanto verde in più. E di cose forti che ci facciano riconoscere e ricordare. Qualità della vita, certo, che è anche qualità dell’architettura.
Credo che la viabilità sia il problema dei problemi. Per la zoma mare, significa aprire al mare la stazione, realizzare lo “sfondamento” fra via Roma e via Monfalcone, almeno due nuovi ponti sul Marecchia – uno accanto alla ferrovia, uno presso la statale 16 - e un’arteria veloce da San Giuliano Mare a Rimini nord. E parcheggi a monte della ferrovia per i pullman, con navette di collegamento; e un trasporto pubblico tutto da ripensare e rafforzare. E una logistica dei rifornimenti coordinata e razionale, per eliminare il via vai di furgoncini vecchi e inquinanti che vagano bar per bar, albergo per albergo, portando bibite e carne, patate e gelati…
Di tante cose abbiamo bisogno, ma certamente non di rinunciare alle grandi idee. Che non si capisce perché debbano essere incompatibili con tutto il necessario restante.
Non abbiamo bisogno di nostalgia per ciò che non c’è mai stato; o, se c’era, non piaceva a chi ora lo vagheggia. Non trovo molto sensata la diatriba fra architettura e non-architettura: le città costruiscono le loro identità nutrendosi di tutto, dal vicolo al monumento. Rimini, città-prodotto, ha bisogno anche di segni distintivi forti, che in dialetto sarebbero le “sburonate”. Tale era la Torre Eiffel, che doveva essere provvisoria e che gli intellettuali parigini accolsero con disgusto, in quanto estranea all’identità della città. Tale da noi fu il Tempio Malatestiano, “proiettato come una capsula spaziale nel tessuto urbano”, come scrisse uno dei tanti urbanisti passati (invano) di qui, Giancarlo De Carlo.
Possiamo scegliere: di continuare così, perdendo ogni anno qualche posizione. Ma anche di lasciar perdere il turismo e fare un altro mestiere, ricoprendo quel che resta del territorio di capannoni e accomodandoci a tornare “una Forlì qualsiasi”, come diceva qualcuno. Ci sta bene? Siamo sicuri?
Ma se vogliamo provare a giocarcela nel turismo di oggi, dobbiamo puntare grosso. Parliamo dei progetti, critichiamoli, chiamiamo altre archi-star. Ma per favore non raccontiamoci che stiamo bene così come siamo, “tanto la gente viene lo stesso”; o, peggio ancora, “tanto meglio se stanno a casa, che qui non si gira più”. Perfino le patacate conoscono un limite.
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