La chiesa della Barafonda

RIMINI - Notizie Borgo San Giuliano - mer 14 gen 2009
di Luca Vici

Fu costruita a tempo di record nel 1952

In tanti ancora ricordano la tragedia dell'autocisterna che vi precipitò sopra dal ponte

La stragrande maggioranza delle chiese presenti nella nostra città, soprattutto quelle fuori dal centro storico, sono state realizzate nell'immediato dopoguerra, contemporaneamente ai nuovi quartieri residenziali.
E' questo il caso della chiesa "della Barafonda", cioè dei SS. Giovanni e Paolo a San Giuliano Mare, realizzata con fondi dell'IFRI (Istituto fiduciario ricostruzione immobiliare) di Roma, che elaborò un progetto per la costruzione di una nuova chiesa, approvato nell'anno 1947, dopo aver superato il parere della Pontificia commissione centrale per l'arte sacra.
La prima pietra fu posata solo il 13 gennaio del 1952, anche se poi i lavori subirono una accelerazione e già il 12 ottobre di quello stesso anno la chiesa venne inaugurata.
Purtroppo, ad un solo anno dall' inaugurazione, il 23 ottobre 1953, la chiesa fu gravemente danneggiata dallo scoppio di una autocisterna precipitata dal ponte attiguo: in quel incidente morirono 5 persone e 150 persone rimasero ferite e ustionate; la chiesa rimase chiusa fino al marzo del 1955, quando venne riaperta al culto dei fedeli. L'edificio parrocchiale venne profondamente trasformato al suo interno nel 1966, per essere adeguato alle nuove norme liturgiche del Concilio Vaticano II: l'incarico di tali lavori fu affidato all'architetto Giorgio Franchini, il quale rimosse i due altari laterali, spostando al centro del presbiterio l'altare maggiore, rivolto all'assemblea dei fedeli.
La chiesa ha una caratteristica pressoché unica: al suo interno trova infatti spazio la lingua esperanto. Questa lingua artificiale fu sviluppata tra il 1872 e il 1887 dall'oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, ed è di gran lunga la più conosciuta e utilizzata tra le lingue ausiliarie internazionali esistenti: è infatti parlata, solitamente come seconda lingua, in 120 paesi del mondo. Scopo di questa lingua è quello di far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all'umanità e non ad un popolo.
Tra il 1996 e il 1998 l'interno della chiesa è stato abbellito di un prezioso mosaico di circa 35 mq., opera di Antonino Vaccalluzzo, che riprende gli schemi decorativi bizantini delle chiese ravennati. La prima parte del mosaico, situata nella lunetta absidale, presenta il Mistero Pasquale al cui centro si trova un rosone istoriato con il Cristo Risorto circondato dalla scritta in esperanto: Felicxan Paskon en Kristo resurektinta (Felice Pasqua in Cristo risorto).
Attorno al rosone, dominati dallo splendore dello Spirito Santo sotto forma di colomba, sono presentati eventi storici antichi e moderni alcuni dei quali positivi (la Chiesa coi segni della cupola di San Pietro, la Basilica di Fatima con la danza del sole, il traliccio per trasmissioni radio, lo stemma di Papa Giovanni Paolo II ed i due volumi del Messale Festivo in Esperanto) ed altri negativi (la torre di Babele, le insegne delle due maggiori ideologie del secolo, il fungo atomico, il muro di Berlino, dei fili spinati e delle esplosioni belliche). Nei medaglioni musivi sono raffigurati San Benedetto (patrono d'Europa) e i due fratelli slavi San Cirillo e Metodio (compatroni d'Europa). I mosaici che decorano anche parte delle pareti laterali mostrano anche delle nicchie dove sono rappresentati San Giuseppe, il Sacro cuore e l'Immacolata, Santa Rita, e S. Antonio da Padova, con la rappresentazioni dei miracoli "riminesi" della mula e dei pesci. Inoltre, la chiesa fu arricchita di un Crocefisso e di una Via Crucis del ceramista riminese Guido Baldini nell'anno 1999. L'anno successivo è stato realizzato pure un mosaico pavimentale rappresentante un pesce contornato dalla scritta "Prenu kaj e mangu" ossia "Prendete e mangiate" riferito all'ultima cena.

Fonti: Sito web diocesi di Rimini; A.A.V.V., San Giuliano Mare, lido esperanto; Egidio Brigliadori, Una chiesa, le sue chiese; Arnaldo Pedrazzi, La Rimini che non c'è più

 

 

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