Metti una sera d'inverno al circolo dei pescatori di Cervia
Lungo il porto peschereccio della cittadina famosa per il sale, una trattoria che è un libro di ricordi dei mestieri del mare
Lungo la banchina del porto di Cervia colpiscono le barche da pesca: tutte piccole, da equipaggi di due o tre persone, ordinate in fila indiana nei giorni di festa. A terra, ad ogni barca, corrisponde una vetrina con lavello dove i pescatori puliscono il pesce davanti agli occhi dei passanti, lo lavano, lo pesano, lo vendono anche. È una dimensione familiare della pesca, la piccola pesca, cosa per pochi, lontana anni luce dai pescherecci oceanici, ma anche solo dai barconi di marinerie più importanti come quella di Rimini o Cesenatico. Colpa del porto, ci dicono, del basso fondale all'entrata, qui entrano solo natanti di dimensioni contenute. Sarà questo che conferisce a Cervia, al porto, un fascino marinaro tutto suo, un sapore autentico. Come se il Novecento qui non fosse mai terminato. Basta entrare nella sala bar del Circolo dei Pescatori per capire che qui la pesca, seppur per pochi, è ancora mestiere e tiene le fila di gerarchie antiche, di rapporti sociali non sempre chiari a noi gente di terra. Un misto tra orgoglio e folclore che passa attraverso le fotografie e gli articoli sui muri, spesso a ricordo del "bel tempo andato..." Ma i pescatori, i pensionati del mare, sono lì, ammiccanti dietro alle carte da briscola e tressette, a specchiarsi nel vetro spesso del bicchiere piccolo, da osteria, da vino rosso, da Sangiovese da cantina. Oltre questa umanità che ha la salsedine stampata sulla pelle si apre la sala da pranzo de La Pantofla, il ristorante del Circolo (tel. 0544 973889, chiamate se volete trovare posto), tavoli uno attaccato all'altro, gran giro di piatti e doppi turni a pranzo e a cena. Chiasso a mille e suppellettili di mare alle pareti, servizio veloce, garbato, ma spesso inconsapevole, ignaro dei vini nel frigo e di altre cose che seduti al tavolo si vorrebbero sapere. Se però giunge l'energica padrona, anzi gestora, del locale, allora la musica cambia perché nel mestiere da giovane ostessa c'è la passione, vera, per il mare, il porto, i pescatori che nella sala accanto sono tutto un busso, liscio, striscio, volo... Lei sa cosa offre, risponde, dice, racconta e affascina, al punto da rendere piccolezze i disagi di un servizio senza fronzoli. Al punto da dire, che bello che esista un posto così. Andateci al secondo turno se non volete mangiare con il fiato sul collo di quelli che aspettano di sedersi dopo di voi. Le proposte sono poche, stagionali, locali, dozzinali a volte, ma non fasulle: sono lì, sulla lavagna, con i prezzi (piccoli, riuscite a mangiare anche con 25 euro). Ecco, c'è qualcosa di più onesto che altrove, di onesto intellettualmente intendiamoci, nel passare di ottime cozze alla marinara o alla sorrentina, canocchie bollite (l'olio, migliorare l'olio, per favore) sardoncini marinati in aceto vero, polpettine di pesce, poi tagliolini, risotto rosso e ben fatto, brodetto di pesce, frittura mista, ghiotta, non leggerissima, da gente che del fegato, per una volta, si dimentica. Alla sera grigliata mista col pescato del giorno. Si chiude guardando al porto canale, alla fatica del mestiere di pescatore, allunggando l'orecchio al motteggiare in romagnolo di mare... Non mangerete grandi cose, ma rimane un sapore struggente come una carezza antica. Un refolo di nostalgia.
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