RIIMINI Cus’el ste scaramàz?

Rimini - Notizie Attualità - mer 03 dic 2008
di Stefano Cicchetti
[{LE NOSTRE PAROLE} In italiano il termine ha tutt’altro significato Ma a Napoli e in Sicilia…] {Scaramàz} da noi è il rumore fragoroso, che dà fastidio, come {scaramazèda} è l’azione, {scaramazòn} e {scaramàza-mariàni} coloro che la producono, spesso dei {burdlàz}. Ma se si consulta un dizionario italiano, la parola ha tutt’altro significato. Si dice infatti “perla scaramazza” di una perla non tonda, irregolare. Un suo sinonimo è perla “barocca”, poiché in spagnolo la si dice {barrueca} e proprio da qui parte la contorta vicenda del termine “barocco”. Quanto a “scaramazza”, secondo il Devoto-Oli l’aggettivo sarebbe nato dall’incrocio di scara(faggio) e il veneziano stra(mazzo), “giaciglio”. Il vocabolo, usato almeno dal ‘600 e amato dal D’Annunzio, è diffuso in tutti i dialetti settentrionali. Compreso il bolognese, che invece per il baccano ha ben cinque parole – {tubèna, gatèra, malépp, sgunbéi, cagnèra} – ma non qualcosa di simile a {scaramàz}, riservato anche là alle perle. E allora da dove ci viene tutto questo frastuono? Secondo il Commissario Montalbano, dritto dalla Sicilia: “…Che facessi scarmazzo, casino, rumorata…”. Lo {scarmazzo} si sente in moltissimi racconti di Camilleri, tanto da essere diventato uno dei termini più tipici della fantomatica Vigata. Precisamente, nel dialetto siciliano è {scarmazzu}, come l’italiano “schiamazzo” derivante dal latino {exclamare}, “gridare”; in napoletano diventa {scrammà (scrammazejone}: “esclamazione”), in calabrese {sgramari}, in sardo campidanese {scramai} e con il senso di “implorare”, “piangere”, in gallurese {scrammà}, in logudorese {iscramare}. E chissà se c’entra l’inglese {to scream}, “strillare”. Resta da spiegare come sia giunta in Romagna una voce prettamente meridionale, pressoché ignorata nel centro-nord. E se ci fosse lo zampino di Scaramuccia? Ovvero, Tiberio Fiorilli (Napoli 1609 - Parigi 1694) attore della commedia dell’arte divenuto celebre in Francia e amico di Molière come {Scaramouche}. Scaramuccia – detto anche Scaramuccio o Scaramaccio - in origine indossava calzoni attillati fin sotto il ginocchio, giubbotto aderente, cappellaccio piumato, maschera con naso enorme e un fallo di cuoio ostentato beffardamente. Fiorilli a Parigi compariva però in scena con un costume nero ornato di gorgiera bianca e senza maschera, sostituita dal viso infarinato su cui spiccavano baffi e sopracciglia nere. Al carattere osceno dell'aspetto corrisponde anche il carattere del personaggio, donnaiolo, millantatore e fracassone. Insomma, una maschera della tradizionale serie dei Capitani, l’ennesima variazione del {miles gloriosus} di Plauto, come Capitan Fracassa, Matamoros, Sputaferro, Escabombardon, Rodomonte. La biografia romanzata di Fiorilli, "Vie de Scaramouche", scritta nel 1695 dall'attore Angelo Costantini noto come Mezzettino, ebbe una fortuna ancora più longeva, fino a ispirare nel 1923 all’anconetano Rafael Sabatini una novella in inglese, divenuta best-seller internazionale. L’anno stesso Hollywood ne trasse un film con Ramon Novarro diretto da Rex Ingram (regista anche di Rodolfo Valentino). Nel 1952 George Sidney ne fece un remake con Stewart Granger. La Rai realizzò due serie televisive dedicate a Scaramouche: nel 1956 e, con grande successo, nel 1965, con Domenico Modugno protagonista e la regia di Daniele D’Anza. Quanto al vocabolo, “scaramuccia” (piccolo scontro, azzuffamento; in romagnolo, {scaramòza}) viene dall’antico tedesco {skerman}, “difendere, combattere”, che discende dal {skerm}, “scudo, riparo, difesa”. Potrebbe il nostro {scaramàz} essere nato dall’incrocio fra la parola siciliana e il termine bellico? E il tramite la maschera napoletana? Che certamente era notissima anche in Romagna, dove le tradizioni del carnevale, della commedia dell’arte e dei burattini erano in passato molto sentite.

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