RIMINI Ma non era meglio Ambasz?

RIMINI - Notizie Attualità - mer 23 lug 2008
di Redazione
[Archi-star e project financing, parole che fanno accapponare la pelle] Un monaco orientale affermò che i filosofi europei, non coerenti con i propri principi, costruiscono palazzi ma vivono in stamberghe. Molto più avveduti e scaltri certi architetti alla moda edificano città di vetro e cemento ma abitano poi in borghi medioevali o rinascimentali, lasciando a noi scandire le nostre esistenze in anonimi cubi o, peggio, nei frutti edificatori delle loro accese fantasie. È solo una constatazione divertita, ma vorrà pur dire qualcosa? Dio – c’insegna Aby Warburg – sta nei dettagli, ma anche il Diavolo si nasconde nelle minuzie. Altrettanto incoerenti dei filosofi, gli architetti alla moda risultano di gran lunga più pericolosi e invadenti rispetto all’assetto urbano e paesaggistico in cui dimoriamo: il vizio dei filosofi è domestico (predicano bene e razzolano male), quello degli architetti di grido (e dei loro confusi, a volte genuflessi, committenti) è invece pubblico: sono passatisti in privato, ma impongono a tutti una loro idea di modernità, spesso già sorpassata. Solleticata la vanagloria riminese alcuni saranno rimasti affascinati dall’epifania delle «archi-star» (un’espressione che, assieme a «project financing», dovrebbe far accaponnare la pelle ad ogni persona di buon gusto per il provincialismo lessicale che dimostra). Esse sarebbero discese dall’Olimpo, a misurarsi con la feriale realtà di noi mortali: guai a contestare il loro sacerdozio globale. Chi ha espresso parere contrario è stato tacciato di essere reazionario, conservatore e ancor peggio, di non essere architetto, cioè di non avere competenze per esporre un parere serio in proposito. La critica risulta particolarmente infelice nei confronti di Vittorio D’Augusta, che, elegante pittore e maestro di arte contemporanea, ha manifestato con garbo, finezza di sguardo e soprattutto amore per la propria città un’idea limpida sull’insensatezza di tali progetti, avanzando una proposta di modernità nobile e vera, un sobrio elogio dell’arte del togliere che potrebbe essere l’autentico pensiero urbanistico del futuro. {Gaudeamus igitur!} Aggiungo perciò il mio modestissimo e incompetente parere di scrittore d’arte (non di architettura). Finte dune di oltre dieci metri e un grattacielo sulla spiaggia che ne raggiunge cento, proiettando ore d’ombra sull’arenile, onde di cemento e la trasformazione del Parco Cervi in strada, sotterranei a non finire e altre amenità che svolazzano da un progetto all’altro dei tre: non era di gran lunga migliore e più leggera, l’alata proposta che fu di Emilio Ambasz? O forse era solo meno redditizia? Non faccio processi alle intenzioni (per altro più che palesi) e mi fermo all’estetica e alla sostanza culturale dei progetti. L’intento è di cercare lo sbalorditivo fine a se stesso: non si pensa al bene di Rimini, ma solo a lasciare un’impronta forte, astratta dal contesto. Non si fa vera opera di architettura ma qualcosa di simile al lavoro di uno stilista tutto preso dagli svolazzi del suo estro. Pensateci bene: il costoso e bizzarro vestito di oggi un giorno potremo smetterlo, le tonnellate di cemento edificato no. Avete presente il palazzo pensato da Fuksas al posto del Caffè delle Rose che ora appare, anzi è già così vecchio e fuori luogo? Si è tirato in ballo Leon Battista Alberti, e mi è parso quasi un bestemmiare. Per realizzare quel capolavoro che è il Tempio di Sigismondo, il Sommo non distrusse ma incapsulò la chiesa precedente. Alberti fece soprattutto rivivere, nella facciata del Duomo, il principale monumento romano riminese, l’Arco d’Augusto, evocando forse anche il Ponte di Tiberio nelle arcate laterali modellate sugli acquedotti romani. La novità è data dai riferimenti alla tradizione e alla storia del luogo; la maestosità è offerta agli occhi con un’invidiabile semplicità di linee. Ora guardate all’edificio costruitogli accanto da un’«archi star» dell’altro ieri, la sede della Diocesi pensata dal Belgioioso. Che ve ne pare? Si dice che così fan tutti. Mi ricorda il celebre invito «mangiate sterco, cinquanta miliardi di mosche non possono avere torto». {Alessandro Giovanardi} [DATECI IL VOSTRO PARERE E LASCIATE UN COMMENTO]

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