UN MARE SÌ, MA DI DEBITI

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 27 feb 2013
di Luca Vici

All'equipaggio solo una quota del valore del pescato
Un comandante doveva coprirsi di ipoteche per poter possedere anche parte della sua barca

Lavorare in mare è duro e poco renumerativo. Ma nel passato le cose andavano molto peggio, nonostante l'industria ittica sia sempre stata molto fiorente, specialmente in porti come Rimini. Perfino per un comandante, possedere anche parte della sua barca era un traguardo non sempre raggiunto.
Nei secoli XVIII e XIX, le fonti ci informano che all'atto di commissione la fabbricazione di un natante, il pescatore non possedeva mai tutto il denaro necessario, e poteva al massimo anticipare una caparra.
Per il grosso della spesa ricorreva al prestito e a dilazioni del pagamento, con conseguente indebitamento nei confronti non solo del proto calafato, ma anche del fabbro, del cordaio, del parcenevole, e naturalmente del prestatore.
Dunque l'unico soggetto a rischio in questo rapporto era il marinaio, che si trovava costretto a imporre un'ipoteca sulla barca (creditum super cymba) a garanzia dei successivi pagamenti rateali fino all'estinzione del suo debito. Chi di solito guadagnava erano invece i creditori, che spesso entravano in possesso della barca o di una parte di essa.
Nella vita di un pescatore, d'altra parte, questa operazione andava ripetuta più volte, visto che le barche necessitavano di lavori periodici e onerosi, quando non andavano perdute per la malasorte.
Il guadagno del pescatore variava in base al ruolo a bordo: il comandante riceveva una quota di parte in più rispetto agli altri membri dell'equipaggio, oltre ad un compenso pecuniario annuo.
La paronia o paroneria, cioè il diritto di esercitare la conduzione della barca, avveniva per elezione e scelta da parte dell'armatore, che lasciava a sua volta al capobarca stesso la facoltà di formare il proprio equipaggio.
Nel 1785 un armatore di Rimini elegge il proprio capobarca per un nuovo tartanone peschereccio: "Sarà poi a carico del detto patron Pujotti conduttore il far a suo genio la ciurma, e per questo suo ufficio gli assegna la consueta mercede di scudi quattordici".
Ma il capobarca diventava anche compartecipe della barca sborsando la somma di scudi 300, per cui "dovrà percepire oltre le sue parti di guadagno anche i corrispondenti utili per questi 300 scudi, a norma di tutto l'intero capitale della barca ed armiggi".
L'operazione si concludeva con la nomina del "parcenevole, ossia venditore del pesce"; questi si obbligava per cinque anni, come il capobarca, dopo essersi preventivamente accordato per la "solida mercede, cioè tre quartarole, vale a dire tre quarti di quanto un uomo di detta barca guadagnerà in ogni pescata".
Fonte: Maria Lucia De Nicolò, Adriatico cultura e arti del mare.

E per vendere c'era il parcenevole
Il commercio era minuziosamente regolato dagli Stauti
Figura di particolare rilievo era quella del parcenevole, scelto sempre con la massima accortezza dall'armatore, o dallo stesso paron, in alcuni casi si assicurava l'elezione a venditore di pesce di una barca, anticipando una somma a titolo di prestito o entrando addirittura in compartecipazione del capitale.
Il suo ruolo implicava solamente la commercializzazione del prodotto di ogni pescata curandone sia la buona conservazione in attesa dello smercio, sia i trasporti verso le piazze ritenute più redditizie.
Talvolta la scelta del mercato poteva essere concordata con determinate pescherie, come testimoniato da un atto del 1767 in cui si sancisce che il parcenevole "debba vendere in questa pescheria di Rimini il pesce che porterà la sua barca peschereccia".
Le competenze del parcenevolo rimasero immutate per oltre un secolo e confermate anch'esse dalla consuetudine: la paga standard di tre quartarole, poteva aumentare solo nel caso in cui fossero legati in contratto con barche dedite alla pesca a coccia, dalle quali ricevevano una parte del pescato.

Il cappotto di Salonicco

Fra i capi d'abbigliamento presenti negli inventari dei beni dei pescatori dei secoli di età moderna spicca il cosiddetto "cappotto di Salonicco" che, insieme alla berretta da paron, caratterizzava la divisa del pescatore. Diffuso in tutto il Mediterraneo - in Sardegna fa parte del costume tradizionale delle coste con il nome di gabbanu o saroniccu - era una sorta di mantello con cappuccio, fatto di orbace imbottito di bambagione. Ai piedi, zoccoli di legno e calzettoni. Naturalmente, nonostante la lane infeltrite dell'orbace "tenesse" in qualche modo l'acqua, questo vestiario non garantiva lontanamente l'impermeabilità di quelli moderni. Facile immaginare dunque i disagi cui andava in contro la gente di mare, la maggior parte della quale navigava su piccole imbarcazioni il più delle volte sprovviste di ponte.

 

 

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