FEDERICO CHI?

RIMINI - Notizie primo piano - mer 07 nov 2012
di Stefano Cicchetti

Il mito del regista riminese sembra resistere solo all'estero
Solo in trenta per ricordare Fellini

"Il rapporto tra Federico Fellini e l'Italia è di disaffezione profonda. Lo stesso, purtroppo, che c'è tra i giovani e il nostro cinema classico. Ormai per molti dei nostri grandi cineasti con la morte è arrivato anche l'oblio e le nuove generazioni non hanno quasi più rapporti con i classici". Non è un commento alla serata con il regista Matteo Garrone, organizzata dal Comune di Rimini al Teatro degli Atti in occasione del 19° anniversario della morte di Fellini e omaggiata dalla presenza di ben trenta persone. Lo diceva già nel 2008 Pupi Avati, allora presidente della Fondazione Fellini.
E Avati proseguiva: "Fellini si allontana in campo lungo, in dissolvenza, verso lo sbiadimento. All'estero è amato e stimato. E' addirittura un simbolo del cinema come lo sono in altri settori la Ferrari, la moda, Pavarotti. Da noi, purtroppo, l'interesse dei giovani per il cinema classico sta scomparendo. E' triste, ma è un dato di fatto. L'unica fortuna di Fellini è l'esistenza di una Fondazione che ne tiene viva la memoria".
Una fortuna non delle più sfacciate, viste le vicissitudini della Fondazione. Intanto, rispetto a quel 31 ottobre di 4 anni fa, lo "sbiadimento" ha proceduto inesorabile. Come allora, nemmeno quest'anno quale tv lo ha ricordato in prima serata e nessuna commemorazione pubblica è stata fatta fuori da Rimini. In compenso, niente più Premio Fellini e tempi sempre più agri per la Fondazione.
Eppure all'estero l'aura di Federico Fellini non è affatto sbiadita. Anzi, ben pochi registi al mondo hanno lasciato segni tanto profondi. Nel vocabolario inglese esistono i termini "fellinian", "dolcevita", mentre perfino Lady Diana fu descritta come vittima dei "paparazzos". Come diceva Pupi Avati, Fellini è il cinema ed è soprattutto l'Italia.
Ma forse la chiave dello sbiadimento, paradossalmente, sta proprio qui. All'Italia non piace il racconto che ne ha fatto il Maestro. E agli italo-riminesi ancor meno. Perché, al di là della bonomia e della leggerezza di superficie, quello di Fellini è un racconto spietato. Dove trovano conferma tutti gli stereotipi nazionali che ci danno tanto fastidio: superficialità, vanità, retorica, ipocrisia, vittimismo, mammismo. In fuga dalle responsabilità, ossessionati dal sesso. Insomma, ristretto a noi, la "patacaggine".
Tutto ciò era stato ben poco gradito già quando i film di Fellini uscivano nelle sale. La sua ineguagliata collezione di Oscar stupiva quanto irritava. Ma il regista riminese conosceva i suoi polli. Solo per ricordare uno tantissimi campi in cui il Maestro fece scuola, nessuno come lui seppe manipolare la comunicazione. I suoi casting hanno precorso di decenni la corte dei miracoli che oggi si accalca alle selezioni di reality e talent-show. Ogni suo lavoro, anche quelli mai realizzati, diventava un evento che i rotocalchi erano praticamente obbligati a seguire.
In tanti, in troppi, dobbiamo qualcosa Fellini. Sfortunatamente, quando il debito è troppo grande si tende a dimenticarlo.

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