RIMINI E adesso, Bubana!

RIMINI - Notizie Borgo S. Giovanni - mer 23 lug 2008
di Stefano Cicchetti
[{Le nostre parole} Roberto Filippi porta il suo soprannome da oltre trent’anni Ma chi glielo affibbiò ignorava di segnare un destino] Quando i soprannomi sono davvero azzeccati, non c’è anagrafe che tenga. E' stato così per Roberto Filippi, che nessuno a Rimini (e non solo) conosce se non come Bubana. "Mi hanno ribattezzato quando avevo appena 18 anni - racconta il noto ristoratore, che sta per festeggiare il cinquantesimo compleanno - e ci si erano messi almeno in tre: Patrizio Placuzzi, Claudio 'Cavallo' Canarecci e Sergio Cannaviello. Perché già da allora ero quello della baldoria, della confusione in allegria". Che sono infatti i significati di {bubéna} (o {boba}) in dialetto riminese. Nel fotografare un carattere, i tre amici non immaginavano però di segnare profeticamente un destino. Poiché {bubàna} in altri vernacoli possiede anche altre valenze e tutte in campo gastronomico: proprio quello in cui Roberto Filippi avrebbe saputo eccellere negli anni a venire. [L’abbondanza di Venezia] Come per le origini di altri termini del nostro dialetto, le tracce portano al Veneto. Lungo la strada si trova la {bubàna} del poeta forlivese Olindo Guerrini (1845-1916), che nei suoi “Sonetti Romagnoli” intende pure lui “baldoria”. Concorda Tino Babini, memoria storica di Russi, in “Curénd in rumagnol: i det e i pruvirb”. A Ferrara la parola è ben viva e usatissima anche dai giovani, sempre per significare festa, bisboccia. Già presso Bagnacavallo un opuscolo comunale ci informa però che «La Bubana, costruita alla fine del '700… potrebbe ricollegarsi al nome della famiglia proprietaria, i Bubani, oppure all'espressione dialettale {bubâna} che significa abbondanza». Oltrepassato il Po si scopre qualcosa di più: la chiassosa allegria dei Romagnoli è appunto la traslazione di quella abbondanza che già si intravedeva sulle rive del Lamone. "Abbondanza, pacchia, buon mercato" è infatti il significato attribuito a {bubàna} e {bobàna} nel "Dizionario del dialetto veneziano" di Giuseppe Boério (1829), nel "Dizionario tascabile delle voci e frasi particolari del dialetto veneziano" di Pietro Contarini (1850), nel "Dizionario vicentino-italiano, e regole di grammatica" di Giulio Nazari (1876). [Il dolce friulano] Di sicuro accanto a quella dell'abbondanza, esiste una seconda {bubàna}, come annota Giuseppe Piccio nel suo "Dizionario veneziano-italiano" (1928): «pasta sfogliata con ripieno di frutta cotte, candite e mostarda». Il dolce è di origine friulana, dove viene detto anche {gubàna}. «La gubana - precisa l'inesauribile Wikipedia - è un tipico dolce delle valli del Natisone, a base di pasta dolce lievitata con un ripieno di noci, uvetta, pinoli, zucchero, liquore, scorza grattugiata di limone, dalla forma a chiocciola. Servito generalmente irrorato da {slivovica}, un liquore ricavato dalla distillazione delle prugne, è noto fin dal 1409 quando, come testimoniato da Angelo Correr di Venezia, fu servita in un banchetto preparato in occasione della visita del Papa Gregorio XII a Cividale del Friuli. Facendo riferimento alla forma della gubana, la probabile derivazione è dallo sloveno {guba}, che significa ‘piega’». [Il dilemma svelato dai Triestini] Al che a Trieste si è attanagliati dal seguente dilemma: l'allegra {bubàna} deriva dal ghiotto dolciume, o forse ha origini meno prelibate? Già, perché i più propendono per due storie separate, che sarebbero poi confluite nello stesso termine. E se una è quella della {gubàna} mitteleuropea, l'altra riguarda l'italica {sbobba}. Che il Pianigiani nelle sue etimologie spiega così: {«boba} e {bobba} dial. Emil. e tirol. {Boba} zuppa; mantov. {Sboba} brodacchio; comasc. {Bobò}; genov. {Bubu}. Sembra affine a BAVA e formato per onomatopea, alla parti del lat. BUA il bere, derivato dalla sillaba BU colla quale i bambini chiedono da bere (v. Bombo). {Voce bassa. Miscuglio di materie liquide e sozze; Beverone, Brodacchio»}. Ma allora come ha fatto una melanconica brodaglia a elevarsi fino a cuccagna di abbondanza? Le pertinaci indagini dei Triestini hanno svelato anche questo. Scrive infatti Lino Carpinteri in "Si dice a Trieste": «La renitenza a collegare un sinonimo di pacchia qual è ‘bubana’ con la più umile delle refezioni, ovvero la ‘sbobba’ del rancio militare è senz'altro comprensibile, ma va anche ricordato che {‘la boba de l'Istituto’}, vale a dire della pia casa di Trieste sul cui frontone si legge la dedica {‘Pauperibus alendis tutandis’} - ai poveri da rifocillare e proteggere - era gratuita, al pari della ‘boba dei frati’. In più, a far della scodella di zuppa addirittura un simbolo di prosperità, ci restano i versi della vecchia canzone {‘...e adesso che gavemo la strada ferata / la boba in pignata mai più mancherà...’»}.

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