Sì alla provincia unica, no alla regione Romagna

RIMINI - Notizie primo piano - mer 11 lug 2012
di Stefano Cicchetti

"L'antipolitica? L'elettore ha sempre ragione, siamo noi che dobbiamo dare risposte chiare e nette"
Stefano Vitali: "La bellezza del territorio è il nostro petrolio ma mi vengono a chiedere solo cubature"

Dunque, fine dalla Provincia di Rimini? E inizio della regione Romagna? Ne parliamo con Stefano Vitali, presidente della Provincia di Rimini:
«Prima di iniziare una discussione seria è importante vedere cosa effettivamente verrà fuori da una legge. Perché è molto probabile che il governo torni indietro sulla cancellazione delle province. Probabilmente saranno di meno, ma non si sa né come né quando. Si brancola ancora una volta nel buio. Dovranno anche spiegare come faranno, per esempio in Toscana, a riunire province che sono divise da secoli di storia»
Ma intanto una proposta di legge per la provincia unica di Romagna c'è, quella dell'onorevole Mazzucca..
«Quella proposta secondo me è un errore: non è scontato che la nostra gente la accetti, quando ci ha messo anni per affermare la propria identità riminese. Occorre dunque un percorso serio, occorre spiegare. E tutti i percorsi vanno fatti aspettando anche quelli che camminano più lentamente. Le fughe al primo chilometro spesso finiscono in debito d'ossigeno. Noi dobbiamo essere tranquilli, aspettare cosa dirà il Governo e poi fare il percorso amministrativo e politico. Anche perché alcune cose importanti riguardo risparmi e razionalizzazioni le abbiamo già fatte: l'area vasta della sanità, l'azienda unica dei trasporti, Romagna Acque. Hanno richiesto tempo e condivisione. Certo, quando andremo verso una nuova entità, secondo me dovrà essere romagnola. Non potranno unirsi Ravenna e Ferrara da una parte, Forlì-Cesena e Rimini dall'altra. Però arrivandoci per gradi, non imponendolo dall'alto con una legge. Però secondo me il vero nodo politico è un altro».
Quale?
«Che il livello provinciale, piccolo o grande che sia, va mantenuto. Sento già i fischi: ecco che vuol difendere le poltrone. Tranquilli, personalmente non ho alcun problema a lasciarla libera e anche ad abolirla. Ma riflettiamo. Del livello provinciale c'è bisogno, e più bisogno di prima, perché negli ultimi anni il centralismo statale è aumentato, non diminuito. I governi Berlusconi - Lega sembrava dovessero federalizzare tutto, poi hanno fatto l'esatto contrario. In più le regioni - non quella di Errani in particolare ma tutte - se possono accentrare, lo fanno. Esempio: l'ATO unica regionale sui rifiuti e sull'acqua non è altro che un modo per trattare con Hera e Iren by-passando i territori. Questo neo-centralismo è preoccupante e dobbiamo combatterlo. Altrimenti tornerà a contare la pesatura politica, non quanto vale veramente una terra. E per noi sarebbe finita. Noi siamo cresciuti da quando siamo diventati provincia, da quando abbiamo fatto valere la nostra identità, le nostre peculiarità: sono dati oggettivi. Per questo secondo me le province vanno mantenute, piccole o grandi che siano»
Altrimenti?
«Altrimenti c'è il rischio che il nostro territorio perda il controllo su tutto. Già noi come Romagna, e non solo Rimini, siamo stati oggettivamente penalizzati: sulle infrastrutture, poi, in maniera clamorosa. Pensiamo al sistema ferroviario; Moretti si diverte a querelarci, ma è un dato di fatto. Sistema stradale: dalla terza corsia A 14 che si fa solo ora, alla E 45 che è la nostra Salerno-Reggio Calabria, incompiuta da mezzo secolo. Sistema aeroportuale: al di là delle nostre beghe, ora secondo la spending review dovrebbero rimanere solo Bologna e Bari. Ma nel mezzo? Uno che pensa di venire a Rimini e sa che da Milano ci mette otto ore in macchina, o sa che deve atterrare a Bologna e sperare che sia un treno, cambia destinazione. Parliamo anche di Ravenna, una delle capitali mondiali della cultura, il terzo porto commerciale d'Italia: e come ci si arriva? Non certo in aereo e a stento in treno. E l'università, e tanti altri esempi. Noi queste cose le dobbiamo pretendere, perché siamo una gamba fondamentale per la nostra regione, non per lagne campanilistiche. E soprattutto non siamo un costo, mentre potremmo essere un valore aggiunto enorme».
E se non arriva niente? Regione Romagna?
«A me la dimensione regionale così piccola preoccupa molto. Perché significa rimanere poveri. Troppo piccoli per una sanità al livello di quella che abbiamo oggi, per esempio. Da questi punti di vista la dimensione è importante, perché una regione deve competere con un sistema molto più ampio. Così piccoli, rischiamo di rimanere schiacciati, una specie di Molise per capirci. Invece, basterebbe essere capaci di dialogare con Bologna e con Roma con la testa un po' più alta. Non si tratta di fare lamenti per ottenere i contentini. Ma la sostanza di cui abbiamo bisogno noi, quella che poi serve all'Emilia Romagna nel suo complesso regionale, non deve andare da alte parti».
Ma voi che amministrate il territorio vi sentite ancora rappresentativi? Il Movimento 5 Stelle dice che non è più così. Ed è nato prima qui che da altre parti, e vola nei sondaggi...
«Innanzi tutto l'elettore ha sempre ragione. E se ha ragione ora di essere "anti-politico", noi dobbiamo chiederci il perché. Risposta fra l'altro facile: partiti che non sanno rinnovarsi, casi di immoralità impresentabili e tutto quello che purtroppo sappiamo. Eppure secondo me manca una riflessione seria, anche nel Pd. La gente semplicemente non ne può più di vedere trattare la politica come la trattiamo noi. E dico "noi" perché io sono nel Pd e sono nella politica. La gente non ne può più perché la volontà di rinnovamento non la vede. E attenzione, il rinnovamento non è questione di età, come dice Renzi, o altri. E' immettere idee e pensieri nuovi. E soprattutto saper prendere posizione. Lavoro, tasse, welfare: su questi temi si è persa l'identità di cosa noi vogliamo fare. Questo invece è il momento della chiarezza, delle scelte forti, del campo in cui vuoi operare e da che parte. L'evasione fiscale, o la si combatte oppure no. Non ci sono i "ma", i "se", i "ma anche" veltroniani. E così via per il lavoro, il welfare. Ricambio è l'opposto degli equilibrismi, del parlarsi fra pochi intimi. In un sistema come il nostro, il Pd si deve porre l'obiettivo di essere il 51%, non di aumentare o calare dello zero virgola, di resistere mentre la destra invece si sfalda. Bisogna fare in modo che la nostra identità trascini così tanta gente che poi si possa governare»
Anche Beppe Grillo si pone lo stesso obbiettivo..
«Sì, ma non basta essere bravi a mettere insieme tutti gli scontenti di quello che non va. L'amministrazione non è la sommatoria di interessi particolari. C'è il comitato contro la terza corsia, da mettere insieme al comitato contro l'inceneritore e a quello contro il Trc, eccetera. Fatto il totale, non ne esce la buona amministrazione. Tutti vanno ascoltati, tutti hanno interessi legittimi da difendere. Quando però si scontrano con quegli interessi che un amministratore degno di questo nome valuta come collettivi, quindi prevalenti, bisogna scegliere. L'amministratore pubblico ha esattamente questa responsabilità e sa di essere giudicato in base ad essa. L'inceneritore o serve, o no. La terza corsia, lo stesso. E amministratori non ci si inventa, non basta fare il notaio per dei referendum consultivi. Chi è convinto delle proprie ragioni deve saperle tradurre in atti amministrativi prendendosi le relative responsabilità. Altrimenti il motore semplicemente si ferma. Purtroppo, quello che più o meno sta succedendo a Parma»
Ma perché siete percepiti come "vecchi", "casta", anche se fra gli amministratori locali e nei partiti i nomi negli ultimi dieci anni sono cambiati al 90%,?
«Forse perché la lista dei "decisori" è ancora più o meno quella. Con tutto il rispetto per una figura così importante, la linea al Pd la dà ancora D'Alema. Poi vanno cambiati anche metodo e tattica: non possiamo far convivere tutte le ragioni. Siamo convinti che una buona viabilità porti sviluppo? Se lo siamo, la viabilità bisogna farla sapendo in partenza che qualcuno però ne soffrirà. E non è che menando il can per l'aia quel qualcuno ne soffrirà di meno. La viabilità si fa subito, non domani, altrimenti chi subisce il danno particolare non avrà mai neppure i benefici che gli verranno dallo sviluppo generale. Io ti ascolto, ti aiuto per far sì che avrai meno svantaggi che si può, ma poi è un "sì" o è un "no", non il "vedremo, stai tranquillo" che vale per tutte le occasioni. Intanto, la gente alla fine del mese non ci arriva. Le infrastrutture sono cadenti. Gli investimenti sono fermi. La sanità, la scuola, o si danno o non si danno. Noi dobbiamo essere chiari e netti su queste cose, senza pensare di poter mettere d'accordo tutti».
Dalla crisi economica come usciremo e quando ne usciremo?
«Abbiamo la fortuna di avere un territorio con un'economia diversificata: non solo turismo, ma anche un buon sistema industriale e artigianale. E ci siamo barcamenati. Ora dobbiamo avere la capacità di continuare a diversificare, o meglio, di sentirci diversi. Turismo: con le splendide Valmarecchia e Valconca possiamo davvero incominciare ad avere un brand nuovo, simile alla Toscana. Quindi dovremmo fare come la Toscana: offrire sistemi ricettivi nell'entroterra fatti di agriturismi, campeggi, aree camper, servizi per i nuovi turismi. Non puoi pensare queste cose avendo in mente l'albergo a mare della ferrovia, dove lavori quattro mesi, hai una rendita mostruosa e non hai bisogno nemmeno di metterlo tanto a posto. Non è più così, finito. Ma si fa fatica a capirlo. Potremmo essere un nuovo competitore europeo e questa volta non solo per il mare, e sono i ballo miliardi di euro. Invece ti trovi a dover convincere la tua classe imprenditoriale che il futuro non sta nella cubatura. A me, presidente della Provincia, la classe dirigente tutta è venuta a chiedere cosa? Aumento del consumo di territorio. Sempre e comunque. Si pensa che sia l'unico modo per uscire dalla crisi, come se questo sistema nel mondo non fosse già crollato. Ma noi dobbiamo preservarla, quella bellezza. E' lì il nostro petrolio, come diceva Tonino Guerra. Quindi non è solo un problema di ricambio della classe politica, ma di un ricambio di idee di tutta una classe dirigente. Noi potremmo uscire dalla crisi rafforzati e ancora più leader, oppure crollare. E' questo in gioco, adesso. Ma la sorte ci ha dato buone carte: un territorio meraviglioso, un'imprenditoria che ha già un know-how importante e alcuni investimenti strategici già fatti, come fiera, palacongressi, darsena, aeroporto, che ci danno vantaggi rispetto ad altri. O li sfruttiamo adesso, o il rischio è proprio quello del crollo. Dunque la crisi per noi è davvero anche una grande opportunità. Io quando guardo la cartina della nostra provincia spero sempre che arriveremo a considerarlo tutto come un territorio unico, come azienda unica, come mentalità unica».

 

 

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