SALVARE LE IMPRESE E' SALVARE L'ITALIA

RIMINI - Notizie primo piano - mer 30 mag 2012
di Stefano Cicchetti

Le piccole aziende hanno garantito la democrazia e la coesione
La crisi attacca non solo l'economia, ma il nostro modello di vita

Negli ultimi 20 anni in Italia la differenza fra ricchi e poveri è andata sempre aumentando. Oggi il 50% delle famiglie possiede solo il 10% della ricchezza, mentre c'è un 10% che da solo ne detiene il 45%. Il che ci fa andare nella direzione di alcuni Paesi dove le differenze sociali sono macroscopiche, come gli Stati Uniti.
Sono nazioni democratiche, anche più di noi. Ma se nelle nostre società il denaro conta quello che conta, la democrazia reale si misura innanzi tutto dalla democrazia economica, cioè dalla distribuzione più o meno omogenea della ricchezza. In Italia e in particolare in regioni come la nostra, la democrazia economica si è realizzata attraverso la diffusione capillare dell'impresa. Il modello italiano, con i suoi pregi e i suoi limiti, dal dopoguerra in poi si è basato su quei dati impressionanti: il 95% delle imprese ha meno di 10 addetti e impiega il 47% dell'occupazione totale; le imprese individuali sono circa 3 milioni e corrispondono al 65,2% del totale delle imprese attive. Ciò ha comportato e comporta problemi a non finire: di competitività con i colossi internazionali, di carenze di capitali e di risorse per la ricerca e l'innovazione. Ma è anche quel che ci ha fatto superare fin qui le prove più dure. E che ci ha reso unici, più nel bene che nel male. 

Un esempio magari banale. L'Italia è l'unico paese al mondo dove il gelato artigianale copre il 55% del mercato. Negli Stati Uniti, maggior consumatore al mondo di gelato, il mercato, semilavorati per artigiani compresi, è spartito fra tre grandi gruppi. Ma si è mai sentito qualcuno pretendere un gelato all'americana?
Dunque la piccola impresa è alla base della democrazia economica, ma anche della qualità che viene riconosciuta al nostro lavoro. In una parola, della nostra identità.
La crisi in atto sta minacciando la nostra identità, la nostra democrazia economica, le nostre piccole imprese, come mai prima era accaduto.
Salvare le nostre piccole imprese, fermare l'emorragia che sta dissanguando il nostro sistema produttivo (300 mila le micro aziende che hanno chiuso solo nel 2011) vuol dire lottare per affermare un modello più giusto di economia. Quello che garantisce più coesione sociale e più flessibilità. Con tanti difetti, limiti, contraddizioni. Però da risolvere e superare, non buttando il bambino con l'acqua sporca.
Da parte loro, le piccole imprese sono andate acquistando maggior coscienza di sé. Associazioni come CNA Rimini da 10 anni misurano il loro effettivo ruolo nel tessuto sociale attraverso un bilancio apposito: il bilancio sociale, appunto. Per vedere dove effettivamente vanno i finire gli sforzi, le risorse, le competenze. Che effetto producono sulla vita reale. E dove si può fare di più o si può fare diversamente.
Inoltre le associazioni che rappresentano la piccola impresa, divise da tante sigle, da qualche tempo parlano con una voce sola, quella di Rete Imprese Italia. Uno dei limiti, la frammentazione della rappresentanza, si sta superando, con qualche effetto già visibile. Ai cosiddetti tavoli di concertazione col governo, dove ci si riuniva in 50, ora si è in cinque. E se lo Stato alla fine in qualche modo pagherà le imprese che aspettano di vedersi saldati i loro conti, lo si deve anche all'accorciamento di quei tavoli.

 

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