Pirati e fucilieri

Rimini - Notizie Borgo Marina - mer 07 mar 2012
di Oreste Delucca

Una storia che si ripete
Quando anche sui nostri pescherecci c'erano dei "marò"

Fino a qualche anno fa, molti di noi erano convinti che la pirateria fosse un fenomeno ormai estinto, un ricordo dei secoli passati; quando dalle coste dalmate le barche degli Uscocchi partivano per le loro incursioni; o quando - al sopraggiungere della buona stagione - le fuste turchesche lasciavano i porti dell'Albania, della Morea e del nord Africa scorazzando per i vari rami del Mediterraneo, Adriatico compreso.
E allora la navigazione e la pesca erano fonte continua di timori; ed anche la frequentazione delle strade litorali o delle terre costiere richiedeva una costante attenzione. Perché si rischiava d'essere depredati, nel migliore dei casi; oppure d'essere rapiti e languire a Tripoli, a Tunisi o in qualche altra città della "Barberìa" in attesa del riscatto. Al punto che le comunità rivierasche erano costrette ad allestire un servizio di vigilanza lungo la spiaggia; e il Governo Pontificio, nel 1673, ha dovuto costruire un sistema di torri d'avvistamento (da Cattolica a Bellaria ed oltre) per renderne più efficace la protezione.
Con la caduta di Algeri, nel 1830, la presenza delle fuste barbaresche nel Mediterraneo è stata azzerata; ma la pirateria non è morta: ha preso altre strade (o, meglio, altri mari).
La pirateria infatti è un fenomeno complesso: nata prima di Roma (i navigatori Fenici erano più mercanti che pirati o viceversa?), ha assunto differenti caratteristiche, intensità e direzioni. Quando il Mediterraneo ha cessato d'essere centro del mondo e dei commerci, la pirateria ha battuto altre rotte, quelle delle Americhe e dell'Asia, seguendo il percorso delle navi da trasporto, insediandosi nei punti strategici, come ad esempio nel Corno d'Africa.
Proteggere le proprie navi mercantili è diventato un imperativo delle nazioni sviluppate: ecco allora le unità navali militari fungere da scorta, seguire le rotte più battute, stazionare nei siti nevralgici. Recentemente (e un poco in sordina) si è anche istituita l'usanza di issare a bordo nuclei armati per contrastare eventuali attacchi provenienti (in genere) da piccole imbarcazioni.
Questa prassi è venuta prepotentemente alla ribalta nei giorni scorsi, in occasione del fermo dei due fucilieri italiani accusati di avere ucciso alcuni pescatori scambiati per pirati nei mari dell'India.
La cosa curiosa è questa: non si tratta di una novità, ma della riproposizione di misure già in essere molto tempo fa.
Sul finire del Settecento, il pericolo delle incursioni piratesche era talmente pressante che le autorità riminesi avevano previsto rigide disposizioni anche per la pesca, specie quella notturna. Veniva fissato il tratto di mare che si poteva percorrere, la distanza dalla riva, il collegamento con le pattuglie di servizio sulla spiaggia. E soprattutto vi era l'obbligo di tenere a bordo un "guardiano" armato, per difendere la barca in caso di attacco.
A titolo di curiosità, riporto il permesso rilasciato dall'autorità marittima a due barche della zona sud.
Il 14 agosto 1784 - "Il paron Giovan Franceschi da Casalecchio, conduttore dell'infrascritta ciurma per la pesca a spuntale dalla torre della Trinità sino al fiume Ausa, cioè: Sebastiano Urbinati, Lorenzo Urbinati, Giovanni Zanetti, Biagio Raffaelli, Domenico Raffaelli, Giuseppe Raffaelli; Pietro Giovanni Bianchini Guardiano".
Il 21 settembre 1784 - "Paron Biagio Antonio Succi da Casalecchio, conduttore dell'infrascritta ciurma per la pesca a spuntale dal fiume Marano sino all'Ausa, cioè: Antonio Mussoni, Felice Ciavatta, Giuseppe Lorenzi, Giovanni Succi, Vincenzo Carboli, Agostino Succi; Francesco Succi Guardiano".
Come spesso avviene, la storia dunque si ripete.

 

 

 

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