Com'č profondo il nord

RIMINI - Notizie primo piano - mer 07 mar 2012
di Stefano Cicchetti

«Un Italiota, sagace autore dell'Italia tricolorita».
Radio Padania infanga perfino Lucio Dalla

Si dirà: che saranno mai due boiate per radio, quando un capo di partito, ministro fino a pochi mesi fa, arriva a preconizzare l'assassinio del presidente del consiglio? «Monti rischia la vita, perché il nord lo farà fuori», ha profetizzato Umberto Bossi, salvo poi farfugliare la smentita di rito.
Eppure quando le boiate diventano, quattro, otto, ottanta, perfino una radio, e perfino Radio Padania, merita di essere presa sul serio. Per seriamente dire: basta.
Succede che la sedicente emittente del nord, nel miglior stile dei bravacci di Don Rodrigo, decide di maramaldeggiare niente meno che sulla memoria di Lucio Dalla. Un artista che come pochi è riuscito a piacere, e per tanto tempo, alle persone più diverse, dagli intellettuali con la puzza sotto il naso ai ragazzi di periferia. A tutti, salvo che a Rognoni Andrea, cremonese e voce storica di Radio Padania, direttore della rivista "Idee per l'Europa dei popoli" (fondatore: Mario Borghezio) e del centro regionale di cultura lombarda a Busto Arsizio. Secondo Rognoni, Lucio Dalla sarebbe stato «simbolo di un'Italia che non vorremmo». E perché? Ma come, non si odono nelle sue canzoni «le esigenze e le richieste» della gente del Sud? Del resto non poteva essere diversamente: «Il babbo era padano, la madre no». Magnanimo, non nomina neppure le origini pugliesi di Iole Melotti, la mamma "impura" che avrebbe corrotto il piccolo Lucio con reiterate vacanze sul Gargano, fino a - sgomento - fargli mettere radici nelle isole Tremiti.
Ma non si pensi a Rognoni come a un Goebbels che "ragioni" solo per vie etniche, anche se in passato aveva tenuto a informare il mondo che per lui «Anna Frank non è una santa». Per carità, l'uomo è figlio di un deportato ed è persona di cultura, per chi non l'avesse ancora capito. Infatti la sua disaffezione è tutta culturale: a Rognoni non piace quell'«eclettismo un po' fazioso e calcolato» che finisce per «accontentare tutti i gusti del pubblico. Specialmente quelli del centro sud». Filologo inesorabile, scopre che nei versi di "4 marzo 1943" e "L'anno che verrà" per Dalla «trombare è più importante che lavorare» e che «Gesù bambino era un figlio di ...". Salvo poi, equanime, salvare «un paio di canzoni ambientate in Padania, "Milano" e "Piazza Grande"». Ma il cantautore è ormai inchiodato: «Un Italiota, sagace autore dell'Italia tricolorita».
E' vero, non si può pretendere troppo da chi aveva definito il terremoto in Abruzzo «un segno profetico dell'imminente islamizzazione dell'Europa». Che aveva intimato: «Il popolo padano non vuole vedere film dove gli omosessuali si slinguano tra di loro: la depravazione morale sta raggiungendo il suo limite estremo, arrivando a superare la cattiveria con la quale Hitler ha mandato sei milioni di ebrei a morire». Che il 16 luglio 2011 è partito, «ma da Malpensa!» alla ricerca del Sacro Graal fra i cerchi di grano britannici. Che, instancabile, il 31 dicembre scorso si è inoltre recato a Lourdes per chiedere alla Madonna di riconoscere la Padania: «Il viaggio santo per noi non è Roma, una città diventata oramai figlia di Satana».
Ma Rognoni non è un Parsifal isolato. Nelle stesse ore Sara Fumagalli, compagna di Roberto Castelli e responsabile dell'Umanitaria Padana Onlus, si recava a Medjugorje, ricordando che «la Madre di Dio è apparsa a Bergamo parlando bergamasco e in Veneto parlando veneto».
Ehi, non ci sarà mica qualcuno che sta ridendo? E' vero, difficile resistere, ma bisogna. Perché questi purtroppo non scherzano.

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