Una proposta per salvare l'artigianato

Rimini - Notizie Borgo San Giovanni - mer 08 feb 2012

La scomparsa di tante attività artigianali rappresenta un grave danno per tutta la collettività perché in questo modo, viene esclusa una possibilità di lavoro per tanti giovani che potrebbero trovare, nell'apprendimento di un mestiere artigiano, la possibilità di un impiego.

Il venir meno di professioni quali il calzolaio, il fabbro, il restauratore, il falegname, ecc... comporta la scomparsa di uno stile di vita, che consisteva in un rapporto diretto e di costante fiducia tra il vecchio maestro e il ragazzo di bottega, che attraverso il lavoro quotidiano, imparava un mestiere, un'arte .
Se non si permette agli artigiani di trasmettere ai giovani le proprie conoscenze, andrà perduto per sempre un patrimonio importantissimo che nessuna macchina potrà mai sostituire.
Nessun genitore manderebbe il proprio figlio ad imparare un mestiere artigiano che richiede un lungo lavoro ed offre stipendi bassi, con la prospettiva di una pensione misera.
Ritengo che nel settore artigiano non si possano applicare le stesse regole previste per le grandi imprese. L'operaio in fabbrica impara il suo lavoro in poco tempo; per l'artigiano servono anni di paziente apprendistato.
Dal punto di vista delle proposte, la più importante è la semplificazione degli obblighi amministrativi; ad esempio: aumentando l'attuale aliquota l'IVA, controllandone il regolare versamento, si potrebbe evitare tutta una serie di obblighi fiscali, amministrativi, che oggi, l'artigiano, non è più in grado di sostenere.
Il fatto che non ci sia posto per le piccole cose è palese; si provi a pensare ad una qualsiasi immagine che vi ricordi l'America, sia essa cinematografica che fotografica; la nostra memoria si soffermerà sicuramente al grande grattacielo, al ponte lunghissimo, ai nomi delle grandi vie americane (La V Strada, , ecc...).
In un film degli anni '50 , una signora americana in vacanza a Roma, si stupiva del fatto che tutte le vie romane avessero il nome di un castello, di un personaggio storico, di una battaglia importante.
Questo è il punto: gli americani indicano le vie con numeri, noi con date, eventi che ci legano alla nostra storia, alle nostre radici.
Una domanda: possiamo noi importare un modi di pensare che non ci appartiene?
Secondo me è assurdo voler eliminare una categoria come la nostra, che ha tradizioni tuttora palpabili in qualsiasi angolo di una qualsiasi città italiana.
Chi non ricorda il contributo essenziale di fabbri, falegnami, maniscalchi, muratori, ferraioli, che hanno fatto nascere i castelli medioevali, i primi comuni, che hanno ricostruito le città distrutte dalla guerra.
Anche i giovani ragionano solo sui grandi numeri e non parlano mai di stili di vita, di qulità, ma solo di quantità e di costi.
Sarei curioso, statistiche alla mano, di quantificare il fenomeno: quante attività artigianali hanno chiuso i battenti al 31 dicembre 2011?
Ancora mi chiedo: chi, se non gli artigiani, potrebbero assumere nelle proprie aziende giovani, donne, portatori di handicap. Se non si riesce a capire ciò, perché sbandierare il recupero sociale, o il problema della disoccupazione?
Vorrei far riflettere a ciò che tutti noi quotidianamente vediamo nei mercatini, nei negozi di antiquariato, ma in generale in ogni momento della nostra giornata e a chi ha creato tutto ciò.
Arrivando ad oggi: gli esempi di lavori artigiani si sprecano, ma se fossero incentivati, di potrebbe continuare ad insegnare una vera professioni ai giovani, che a loro volta, continuerebbero la catena.
Le istituzione non rendono possibile però questa situazione.
Più specificatamente: come può una sarta, svolgere il proprio lavoro, assumere dipendenti, pagare le consulenze?
Quanto dovrebbe far pagare al cliente il proprio lavoro, la propria creatività?
Alcuni sostengono che gli artigiani devono pagare le tasse; gli stessi artigiani lo pretendono.
A nessuno piace passare da disonesto.
Solo che, con gli studi di settore, un piccolo artigiano per essere un regolare contribuente, e allo stesso tempo ricavare utili, oggi non riesce più ad andare avanti.
Un ultima considerazione: se io incasso in un anno 100.000,00 euro devo togliere da esso €. 21.000,00 di IVA (è una partita di giro che però io solo verso); la maggior parte del mio incasso viene dal mio lavoro con le forbici, il pettine: €. 20.000,00 sono le spese di affitto del locale, operai e consulenze pari ad €. 40.000,00.
Si aggiunga poi, prodotti, IRPEF, INPS, INAIL, luce, acque, gas, aria condizionata, telefono, assicurazione, ecc... cosa rimane?????
Per finire: questi disonesti (che non pagano le tasse) al contrario di coloro ai quali vengono prelevate alla fonte,, "mollano" tutto non appena si presenta l'opportunità di un lavoro nell'ente pubblico, perché lo vedono come se avessero vinto al lotto.
Questo è confermato da molti esempi di ex colleghi artigiani.
Occorre considerare con più giustizia fatti che ho elencato, e occorre evitare di definire troppo semplicisticamente evasori coloro che rischiano con la loro attività e che potrebbero invece, garantire una maggiore ricchezza a tanti e mantenere in Italia, quel grande valore che è racchiuso nel lavoro artigiano.

Giovanni Montanari

 

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