Il codice di Augusto
L'Arco e i suoi simboli
Il programma politico del primo imperatore è scritto nella pietra
L'Arco di Augusto si fa subito notare per le dimensioni colossali - largo 15 metri, alto 17 e mezzo - insolite per una porta urbica e sproporzionate per un centro di provincia come Ariminum. Ma anche le decorazioni hanno alta valenza simbolica.
Appena sopra alla parte centrale del fornice si trova una testa di toro che ha sempre diviso gli studiosi: sebbene infatti l'animale possa rappresentare la fecondità della natura e, allo stesso tempo, antichi riti di fondazione, il fatto che fosse comunque un animale sottoposto al giogo, poteva essere ricollegato all'imperium augustei che avevano riportato legge e ordine.
I quattro maestosi clipei ai lati dell'arcata, rappresentano divinità che erano state in qualche maniera favorevoli ad Augusto.
Ovviamente non poteva mancare Nettuno, dio dei mari, dalla figura barbuta con lunghi capelli ricci, caratterizzato dal simbolo del tridente, che avrebbe aiutato Ottaviano nella vittoriosa battaglia navale di Azio contro Marco Antonio.
Il fatto che il clipeo rappresentante Nettuno sia rivolto verso Rimini pare voler auspicare protezione per una città di mare come la nostra dove le attività marittime erano importanti anche allora.
Apollo, divinità adorata dai greci, fu "adottato" da Augusto che se ne attribuì la discendenza per aumentare la propria autorità. Dopo Azio, Augusto fece rinnovare e ingrandire l'antico tempio di Apollo Sosiano a Roma, istituì dei giochi quinquennali in suo onore e finanziò anche la costruzione del tempio di Apollo Palatino sull'omonimo colle dove fu conservata la raccolta di oracoli detta Libri Sibillini.
Il clipeo che raffigura Apollo, rivolto verso Roma, mostra un giovane con i capelli lunghi, caratterizzato nella cornice da un volatile, forse un corvo.
Il clipeo rappresentante Giove (Zeus per i greci), anch'esso rivolto verso Roma, mostra un individuo con capelli lunghi e ricci e una lunga barba, che mostra il fascio di fulmini nella cornice, e che rappresenta la pax augustea così come la protezione universale per l'impero.
Il quarto clipeo, rivolto verso Rimini, mostra una figura femminile caratterizzata dalla corazza e dalla spada. Un tempo ricondotta a Minerva (Atena per i greci), dea della guerra e della saggezza, recentemente è stata riattribuita alla dea Roma, il cui culto si diffonderà nell'impero da lì a poco.
Fonte: "Rimini divina, religioni e devozione nell'evo antico".
Quando Rimini "perse" il suo posto al confine
L'Arco d'Augusto, il ponte di Tiberio e probabilmente anche il ponte di San Vito sull'Uso (cioè il Rubicone), sono segni della pace ritrovata. Con questi monumenti Augusto volle "ricucire" le ferite di Roma proprio laddove la legalità era sta violata, con l'ingresso delle truppe di Cesare nel territorio della repubblica al grido di Alea iacta est, "Il dado è tratto!". Prima della battaglia di Azio (2 settembre 31 a.C.), l'ultimo secolo di Roma era stato segnato dalle guerre civili: fra Mario e Silla, Pompeo e Cesare, i triumviri e i cesaricidi, Ottaviano e Marc'Antonio. Un arco e due ponti, simboli di unione e concordia: fra i cittadini romani prima di allora ferocemente divisi. E fra romani da sempre e quelli nuovi: gli abitanti della Gallia Cisalpina, ammessi da Cesare e confermati da Augusto come cives, cittadini con pieni diritti.
I sacerdoti del Pantheon
L'unione degli dei come quella dei cittadini
A Rimini, in età imperiale, erano presenti tutte le maggiori divinità del Pantheon classico, e questo ci è testimoniato, oltre che dai clipei dell'arco di Augusto, da fonti epigrafiche.
Il culto panteo, ossia l'astrazione dell'unione di tutti gli dei, è attestato a Rimini da una targa marmorea, il cui dedicante si definiva sevir et sevir Augustalis.
I seviri ed i seviri Augustali erano collegi formati da sei uomini, per lo più liberti (schiavi liberati), ai quali erano affidate funzioni di carattere civico e religioso, solitamente collegate all'organizzazione del culto del Genius e/o del numen imperiale, culto sul quale l'imperatore Augusto aveva impostato parte importante della sua politica religiosa, mirata a favorire forme di adesione alla nuova gestione del potere imperiale, e volta, soprattutto, a ricucire il tessuto sociale dilaniato da anni di guerra.
E' da ricordare, inoltre, che tali organizzazioni, nel corso dell'età imperiale, erano un formidabile strumento di ascesa e di integrazione sociale per il ceto dei liberti. L'obiettivo di Augusto era quello di creare un raccordo tra la vecchia e la nuova società, integrando i ceti emergenti nel nome dei valori tradizionali, in primis la religione, sui quali l'impero doveva poggiare.
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