Le strade possibili per dar senso al dolore

RIMINI - Notizie cultura - mer 08 feb 2012
di Lorella Barlaam

E' appena uscito "La Colpa" di Lorenza Ghinelli
La "nostra" autrice racconta il suo secondo romanzo

Che persona sarà adesso Lorenza Ghinelli, dopo che "Il Divoratore", il suo primo romanzo, è stato il caso editoriale del 2011? «Senz'altro sono più rilassata e consapevole» sorride. «L'anno scorso è stato un po' come essere lanciata su un treno in corsa; vivevo a Roma con ritmi di lavoro serratissimi, e non ero minimamente preparata a gestire il successo che Il Divoratore ha ottenuto. Oggi la cosa più difficile è non farsi sviare dall'attenzione che a volte mi pesa addosso, e mantenere la capacità di ascoltarmi e assecondare quello che desidero davvero, anche quando questo significa non fare quello che il pubblico o il mercato si aspettano. Senz'altro, Lorenza Ghinelli, dopo il Divoratore, ha un anno di più.» Anche "La colpa", appena uscito da Newton Compton, si legge in una notte... non riesci a smettere. Ma la scrittura, potente, è diversa. La voce, è la tua. «Hai detto bene, è mia. E' più matura rispetto a quella che ho usato nel Divoratore, ma è giusto che sia così. La scrittura è prima di tutto disciplina, l'unica disciplina che accetto. La Colpa è una storia che portavo dentro di me da tanto tempo, era semplicemente giunto il momento di farci i conti. Credo che abbia a che fare con la possibilità di reinventarsi un destino scrollandosi di dosso sensi di colpa che non hanno diritto di esistere. E liberarsi di pesi che ci abbrutiscono e che ci costringono a recitare ruoli non nostri.» Martino ed Estefan, i ragazzi protagonisti, stavolta affrontano un orrore "umano, troppo umano"... «L'anno scorso lo dichiarai subito: non sono una scrittrice di genere, e non amo le etichette. Con questo nuovo romanzo, La Colpa, credo di averlo dimostrato. I mostri sono sempre umani, e la cronaca nera è sempre banale. La Colpa non si limita a raccontare storie d'orrore quotidiano, sarebbe facile e poco interessante. La Colpa vuole indagare strade possibili per dare un senso al dolore. I miei personaggi sono disobbedienti, vitali, affamati di vita. A volte è come se fossero loro a crearmi. È attraverso il loro modo di essere che comprendo più profondamente certi miei aspetti che hanno poco spazio nella quotidianità. Fidarmi dei miei personaggi significa fidarmi di me stessa, accogliere persino le parti più cupe. Attraverso di loro indago i miei mondi.» Che rapporto c'è tra Lorenza sceneggiatrice per Tao Due, e Lorenza scrittrice? «Ho iniziato con la narrativa, e alla narrativa torno sempre. La sceneggiatura aiuta a pulire il pensiero, a schematizzare, ad avere un quadro più completo della trama, a conoscerne i punti deboli. Ma a differenza della sceneggiatura, la narrativa per me è molto più di un mestiere, pretende devozione e capacità di abbandonarsi alle storie, pretende che si abbandonino le strade sicure e le buone prassi. Quando scrivo i miei romanzi non sempre seguo le regole, credo sia fondamentale per scoprire emozioni autentiche, e quindi anche per poterle raccontare. Nei miei romanzi si incontra sempre una porta aperta, che non so dove conduca, se verso un baratro che divora o verso nuove progettualità esistenziali; ma quel che è certo è che quella porta aperta è tutto, è la speranza che ci fa alzare ogni mattina.» E perché, ancora, Rimini? «Perché è la terra in cui affondo le mie radici e da cui traggo nutrimento. L'immaginario è cannibale, e le mie radici hanno sempre fame...» Lorenza, chi è il tuo "lettore modello"? «Chiunque intraprenda una lettura a mente aperta. Leggere è paragonabile a viaggiare, alla fine si deve tornare diversi, arricchiti di nuovi punti di vista.»

 

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