Neve de noantri

RIMINI - Notizie primo piano - mer 08 feb 2012
di Stefano Cicchetti

Il localismo nasce anche dalla frustrazione mediatica
Quando l'informazione non vede oltre il raccordo anulare

Alla fine il sindaco di Cesena, Paolo Lucchi, è sbottato così: "E' deprimente vedere come, di fronte ad una situazione di emergenza senza precedenti che ha colpito la Romagna in questi giorni, l'attenzione dei mezzi di comunicazione che non siano locali, enfatizzi soprattutto i problemi di Roma, che sarà la capitale, abitata da milioni di persone, ma che pure si trova a fronteggiare, in fin dei conti, una nevicata di qualche centimetro. Lo dico perchè credo meriterebbe almeno la stessa attenzione il disagio delle decine di famiglie isolate nelle nostre colline ed in altre zone d'Italia, e la straordinaria storia di volontà personale e solidarietà, costruita ora per ora dal prodigarsi delle tante persone che ormai da 5 giorni lottano ininterrottamente per far fronte a questa situazione gravissima". 

Una maggiore "attenzione dei mezzi di comunicazione" avrebbe aiutato non più di tanto Lucchi e tutti gli altri sindaci alle prese con l'emergenza neve. Eppure questa disattenzione fa male. E non c'è neppure da credere che Lucchi sia "invidioso" degli obiettivi puntati sul suo collega Alemanno.
Se non sei in televisione non esisti. Era capitato per le alluvioni in Veneto: dopo tre giorni durante i quali la notizia non stava nei primi titoli dei tg, gli alluvionati hanno cominciato a inveire. Non per avere più aiuti (che anzi la loro vanteria era di "cavarsela da soli", di non essere assistiti, anche quando era vero l'esatto contrario), ma solo perché nessuno parlava di loro.
Il localismo, la stessa Lega, nascono da frustrazioni di questo tipo. Esistono certo ragioni economiche e innegabilmente connotazioni razziste. Ma poi bisogna tener conto di quanto tempo passiamo davanti alla tv. E di cosa vediamo e sentiamo. Anche in questi giorni, anzi in questi giorni più che mai, vediamo Roma e sentiamo parlare romano.
Quante volte in un tg nazionale, in uno show, perfino nei canali educational, si sente parlare ligure, marchigiano, friulano, piemontese, veneto, abruzzese? Non si sente nemmeno l'aureo toscano; sono pronunce tutt'al più riservate alle macchiette regionali. Il linguaggio dello spettacolo e dell'informazione è romano-partenopeo, ultimamente notevolmente arricchito dal siciliano. Il linguaggio della pubblicità e della finanza ( il "manageriese") è invece milanese. Se si gira per Ancona, Teramo, Perugia, si sentono ragazzi che si vergognano dei loro accenti e per non passare da burini parlano come i burini del Tufello.
I dialetti non sono stati cancellati dalla scuola dell'obbligo, ma dalla televisione. Anzi dalla Rai, visto che perfino l'avvento di Fininvest fu vissuto da molti, almeno all'inizio, come un benefico "vento del nord".
Il bello è che dietro tutto questo non c'è nessun complotto, nessuna volontà egemone di "Roma ladrona". E' solo il risultato di un'informazione - e quindi di una cultura - miseramente provinciale, miope, sciatta. Un'informazione che non si rende conto che per 57,3 milioni di italiani non cambia proprio nulla se Alemanno sia un genio o un idiota. Nun ce ne po' fregà de meno. Ops, non trovavo altre parole per dirlo...

 

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