E' teatre più rimnès che c'è

Rimini - Notizie Zeinta de Borg - mer 25 gen 2012
di Lorella Barlaam

Al Novelli il 28 gennaio Do' marid e mèz

Guido Lucchini ci racconta la sua commedia n. 45

«Quale futuro per il teatro romagnolo in dialetto?» si chiedeva "La ludla" del primo gennaio 2011, e lì vi rimando, per l'indagine dotta su un genere che riscuote sempre più attenzione: se sono sempre meno le persone che lo parlano, il dialetto in teatro riempie le sale, e quasi ogni comune della nostra provincia ha una sua compagnia e spesso in quelli più grandi, più d'una. Sarà perché «siamo forse nella paradossale situazione in cui la nostra lingua madre, in parte morta, possa, reinventandosi, diventare strumento per creare confronto e dialogo proprio perchè incarnata in un territorio», come scrive Luigi Dadina.
Di questo teatro in cui la parola si fa gesto, e racconta un'appartenenza, il decano da noi è senz'altro Guido Lucchini, allievo di maestri quali il Liliano Faenza di S'tal mami e di Gianni Quondamatteo, che ne commentava i primi copioni. «Nelle mie commedie ho raccontato la mia vita e la città» ci raccontava, «con i suoi personaggi realmente esistiti, e modi di dire altrimenti perduti.»
Lucchini, classe 1925, voce dolce e penna arguta è arrivato alla commedia n. 45 (più il monologo E me zètt), quel Do' marid e mèz che andrà in scena al Novelli il 28 gennaio con la "sua" compagnia E' teatre rimnès, nata nel 1973. «E' la storia di una famiglia di albergatori, i do' marid del titolo sono scomparsi entrambi, uno in Russia e uno svanito per due anni con la scusa di andare in villeggiatura» racconta il nostro drammaturgo, narratore e poeta "della Barafonda". Ma che significa e mèz? «Diciamo che può riferirsi alla bassa statura, come quando diciamo una mèza cartòcia, o anche ad altre, penalizzanti, caratteristiche fisiche di un "mezzo" marito. Ma non voglio raccontare altro, sta al pubblico venire a scoprire "la morale della favola."» Ambientata in un albergo estivo degli anni '50, «rievoca quella che era la vita di mare, di spiaggia in quegli anni, con i suoi personaggi caratteristici, c'è il solito tedesco che si innamora della proprietaria semivedova, il cuoco che racconta la storia bellissima di quando durante la ritirata di Russia cadde nella neve e si ritrovò salvo nella cucina di una donna russa... lei l'aveva salvato sperando che qualcuno facesse lo stesso con suo marito... mi è piaciuto intrecciare al tono "comico satirico" una storia di solidarietà e di attenzione verso l'altro, di speranza.»
L'altra anima di Lucchini è quella del raffinato autore - e toccante lettore - di poesie dialettali. Gli chiedo se dopo "Barafonda" e "Vecia palèda" stia pensando a un'altra pubblicazione. Sorride: «Per Natale ho fatto ‘in casa' una piccola raccolta delle mie poesie, una dedicata a un ospizio di bambini non vedenti sulla spiaggia di San Giuliano, negli anni ‘30. Ricordo che le suore li portavano a fare il bagno e poi loro restavano a giocare con la sabbia, c'era questa villa vicino alla spiaggia che era diventata una pensioncina, mi commuove ancora adesso... e poi c'è una poesia col Bambino di Natale che nasce in mezzo al mare con le sirene, i pesci e i personaggi marini che accorrono...» Dopo Cattolica e Rimini, la tournèe prosegue a Coriano, al Teatro Corte, a Montescudo e al Piccolo di Forlì.
www.argaza.it/bollettini/01.gennaio.2011.pdf

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