Il coro di Santa Rita

Rimini - Notizie Centro Storico - mer 21 dic 2011
di Annamaria Bernucci

Il capolavoro del Quattrocento resta ancora anonimo
Forse a realizzare il capolavoro in legno furono maestri del Polesine

La chiesa dei SS.Bartolomeo e Marino - nota oggi come Santa Rita - si caratterizza per avere al suo interno, nell'abside, un'opera d'arte conosciuta dagli studiosi per la sua singolarità e importanza. Del coro ligneo quattrocentesco in realtà non si sapeva molto, a parte il fatto che era oggetto di ammirazione da qualche secolo e segnalato nelle guide della città; si è dovuto aspettare il restauro conservativo del 1973, per scoprire, a seguito dello smontaggio degli stalli, nuovi elementi conoscitivi: come racconta il professor Pier Giorgio Pasini, che ha sintetizzato recentemente il frutto di anni di studio e di sensibile attenzione verso la chiesa. Tracciate con il carbone sono comparse al verso di una tarsia due date (1494 e 1496) che sicuramente hanno a che fare con la realizzazione del coro e che possono confermare al contempo anche l'epoca coeva dell'ingresso dei monaci lateranensi nella conduzione della chiesa, subentrando alle Clarisse nel 1464. Nel 1921 a dire il vero era stato eseguito un altro restauro, non ultimo degli smontaggi e rimontaggi che dovette subire il coro nel corso della sua storia, fatto dal falegname santarcangiolese Michele Gallavotti, che si firma ‘ebanista', ma fu sostanzialmente un intervento di consolidamento resosi necessario per via dei danni causati dal terremoto. In quella occasione non scaturirono altre notizie legate alla nascita del coro né al suo autore. La mano tuttavia potrebbe essere quella di Lorenzo e Cristoforo Canozi che ebbero contatti con Piero della Francesca e ne condivisero i presupposti della sua arte e il gusto per la composizione astratto-architettonica.
L'attribuzione ai fratelli da Lendinara (città polesana di provenienza) attivi tra Ferrara e Padova, mette in gioco la complessità delle commesse e la circolazione dei maestri intarsiatori, chiamati ad esprimere soprattutto nei cori e negli studioli delle corti quell'ideale di perfezione e separatezza riflessiva, simboli di una committenza dedita a studi umanistici, come dimostrano le tarsie per lo studiolo del Duca d'Urbino di Baccio Pontelli su cartoni di Sandro Botticelli. É probabile, suggerisce nelle sue riflessioni Pier Giorgio Pasini che questo non sia il coro originario di Santa.Rita, ma che potesse essere stato 'importato' dagli Olivetani di Scolca con cui i Lateranensi avevano contatti.

Tarsie e nuova prospettiva
Un incrocio fra le arti tutto rinascimentale

Espressione del gusto e testimonianza di una convinzione artistica nuova tutta rinascimentale la diffusione della tarsia lignea in Italia rappresenta un elemento di forza e un "incrocio" tra le arti, come sottolineava ancora nel 1965 lo storico Andrè Chastel (I Centri del Rinascimento Italiano). L'uso di forme geometriche, di motivi astratti e figurativi come la natura morta, i ritratti e soprattutto gli scorci prospettici e le vedute di città fa di questa arte un punto nodale dell'età dell'umanesimo, poiché come scriveva Vasari nelle Vite "Questo lavoro ebbe origine primieramente nelle prospettive..". La tarsia lignea è una tecnica decorativa che utilizza frammenti ed essenze di legno diverse (cipresso, noce), che danno colorazioni e rifrazioni alla luce a seconda del taglio delle venature, talvolta si ricorreva all'inserimento di altri materiali (osso, madreperla, avorio) tagliati anch'essi al fine di ottenere disegni compositamente complessi. Si ricorreva a brunitura a caldo dopo la posa dei legni o a tintura dei pezzi con sostanze coloranti.

Gli strumenti dei marangoni
Il coro è composto da ventidue stalli nell'emiciclo dell'abside di Santa Rita le cui pareti un tempo erano affrescate; al centro la cattedra; il colpo d'occhio d'insieme è di perfetta simmetria e armonia, data dalla regolarità e dalla distribuzione degli stalli, divisi da lesene scanalate: sono dotati di braccioli e i pannelli dei dossali hanno un doppio registro di raffigurazioni intarsiate, uno superiore e uno inferiore all'altezza della seduta, di diverse proporzioni e giocate con riquadrature prospettiche. La limpidezza quasi astratta degli scorci e delle vedute di città, la silenziosa equilibrata composizione delle nature morte (molte rappresentano proprio gli strumenti degli ebanisti, dei marangoni (falegnami) fanno di queste tarsie una eccezionale testimonianza artistica.

 

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