Il signore dell'area di rigore
Storie e personaggi del nostro sport
Sergio Santarini, il miglior talento calcistico mai apparso a Rimini
Sergio Santarini è stato il calciatore di maggior talento che Rimini abbia prodotto. Riminese autentico, nato nel 1947, dopo il solito inizio nell'oratorio (in questo caso si trattava della gloriosa "Stella" del Borgo San Giovanni), ci fu l'inevitabile passaggio nella squadra cittadina più prestigiosa. Debuttò in serie C col Rimini nel campionato 1963-64. Fu l'allenatore Romolo Bizzotto a dargli fiducia, schierandolo, appena sedicenne accanto a Scardovi, Perversi, Fusari, Morelli, Furini, Guizzo, Piccoli, Mangiarotti. Furono appena tre le apparizioni in maglia biancorossa in quel campionato. In seguito, sempre col Rimini e sempre in serie C, Sergio Santarini, che in quegli anni frequentava il Liceo Scientifico "A.Serpieri", giocò per altre tre stagioni (66 presenze complessive con tre reti segnate). A diciotto anni il forte difensore riminese aveva già palesato il valore calcistico da lui posseduto per cui, quando Italo Allodi lo volle nella sua grande Inter, nessuno si stupì più di tanto.
Non poteva esserci, del resto, altra soluzione. Sergio Santarini, splendido atleta, ragazzo civilissimo ed intelligente, schivando l'informe, il trasandato, eliminando le sbavature, respingendo la lutulenza e la gigioneria, curando fino allo spasimo la compattezza e lo spessore delle prestazioni, privilegiando la serietà comportamentale, si affermò come uno dei migliori "liberi" italiani e fu in quel ruolo così delicato, per ricoprire il quale si riteneva fosse indispensabile tanta esperienza e sconfinata saggezza, che il giovanissimo atleta si impose. Helenio Herrera, che stava bruciando nel capoluogo lombardo, gli ultimi fuochi di stagioni irripetibili, lo investì di responsabilità gravissime, schierandolo al posto di due autentiche leggende quali erano stati Aristide Guarneri e Armando Picchi. Non ebbe a pentirsene.
Quando nel campionato 1967-68, il "Mago" lasciò l'Inter e passò ad allenare la Roma, portò con sé il difensore riminese. Nella squadra della capitale Sergio Santarini giocò, senza interruzioni, ben tredici campionati, disputando 344 partite, vincendo tre Coppe Italia ed un Torneo Anglo-Italiano. Dopo otto presenze nella rappresentativa italiana Under 23, il 20 - 11 - 1971, ebbe la soddisfazione con il C. T. Valcareggi, di esordire nella Nazionale nella gara che vedeva i nostri colori opposti a quelli austriaci. Un'altra apparizione in maglia azzurra la fece tre anni dopo, allorché il "dottor sottile" del calcio italiano, Fulvio Bernardini, a quel tempo C. T, fedele alla sua convinzione che la nazionale la meritassero soltanto atleti dai "piedi buoni", lo chiamò al centro della difesa. Era il 29-12-1972, si giocava a Genova contro la Bulgaria. La sua carriera continuò senza scosse, senza sussulti. Orde di attaccanti feroci scendevano dalle sue parti e Sergio Santarini, ragazzo educato ma senza paura, coordinato come pochi, li affrontava serenamente con la determinazione delle persone forti ed oneste che hanno la fortuna di credere in ciò che fanno. Leale e rispettoso, Sergio Santarini godette della stima e del riconoscente affetto dei compagni e del rispetto degli avversari.
Parlare con Sergio, al quale mi lega un'amicizia ormai datata, nata sui banchi scolastici, significa entrare nelle pieghe più recondite del "pianeta calcio". Aneddoti, situazioni paradossali, fatti sconosciuti alle cronache, descrizioni di personaggi fanno parte di una pittura storica della memoria, realistica e simbolica, seria e curiosa, come lo erano i grandi affreschi che ricoprivano le pareti delle chiese trecentesche. Qui sono paesaggi di stadi, primi piani di atleti eccezionali, nomi che sono entrati nella leggenda dello sport calcistico: Rivera, Prati, Boninsegna, Beckembauer, Liedholm, Riva, Pelè. Il tutto raccontato con estrema signorilità e discrezione, perché signorile e discreto è Sergio Santarini, uno di quei riminesi anomali, di quelli che parlano sottovoce, che riflettono prima di esporre una idea, che non invadono mai il campo altrui e non sanno cosa sia la prevaricazione. Va da sé che un personaggio simile, per quanto preparato e bravo sia (e Sergio Santarini in materia calcistica non deve imparare nulla da nessuno) nella jungla del calcio attuale non possa trovare la sua giusta collocazione. Troppo grande il divario culturale che lo divide dagli addetti ai lavori, troppo alta la figura di questo uomo di sport, per mischiarsi con i guitti, i cerretani, i saltimbanchi, i giuntatori che popolano il pachidermico barnum del calcio attuale.
Da parte mia vorrei sempre avere come allenatore, come tecnico, un uomo come Sergio Santarini. Sento già qualcuno che ironicamente sogghigna ammiccando: "Facile, parli così perché è tuo amico!" Certo, siamo amici e lo dico con orgoglio.
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