E Pini diede del cialtrone a Fini

RIMINI - Notizie satira - mer 21 dic 2011
di Nando Piccari

Cosa resterà del 2011? Il collasso del berlusconismo
Come finire peggio un anno iniziato male

Il desiderio di farvi gli auguri sarebbe forte e sincero, cari lettori, ma il magro effetto che ha sortito negli ultimi tempi consiglierebbe che lasciassi perdere; o, per non affogare nel "pessimismo della ragione" gli ultimi brandelli di speranzoso ottimismo, che facessi ricorso alla saggezza scaramantica di quel "se deve andar peggio vada pure così", che da bambino sentivo dire spesso a genitori e nonni.
A guardar bene, però, una cosa positiva il 2011 ce la lascia: la dipartita di Berlusconi. Auguriamoci pertanto che il 2012 continui l'opera, iniziando a togliere di mezzo un po' del "berlusconismo" cresciuto a dismisura in questi anni. Debellando così una "pandemia" i cui primi focolai, sia pure sotto il nome di "craxismo", iniziarono a contagiare l'Italia già prima della ferale "scesa in campo" dell'allora disperato padrone della Fininvest, che nel decennio di spadroneggiamento a Palazzo Chigi è poi riuscito a ricavarne una patologia sociale "pro domo sua", che ha alterato il comune sentire di tanti Italiani.
Per almeno due ragioni è fondamentale che questo augurio si realizzi. La prima è che, in caso contrario, anche se Monti (o chi dopo di lui) riuscirà ugualmente a imprimere un po' di quella "crescita" tanto invocata e necessaria, si tratterebbe però di una crescita a metà, in grado di dare qualche sollievo al corpo debilitato, ma non certo all'animo sofferente, di questo Paese malato; dove le grida di dolore di chi patisce per non potersi permettere l'iPhon ultimo modello sono spesso più forti, e più ascoltate, della dignitosa lamentazione di chi non riesce a finire il mese con la sua magra pensione. La seconda è che si tratta di augurio a far sì che il fantasma del berlusconismo non continui a sopravvivergli, finendo prima o poi col procurare alla nostra convalescente democrazia la "ricaduta" di qualche altro "riccone della provvidenza" pronto a "scendere in campo". O addirittura il rischio che, preso il nuovo nome di "antipolitica", esso si incarni in una in concertante pluralità di nuovi "corpi politici": da quello volgare e repellente del Grillo fattucchiere, a quello snob di Luca Montezemolo, il più pettinato degli Italiani, detto Monteprezzemolo per la gran collezione di strapagati incarichi.
Non è forse in questa direzione che, a destra, si sta rivolgendo il "revanscista" cecchinaggio dei più inconsolabili post-berluscones? Ai quali si aggiungono i cori farisaici di molti "censori della buona borghesia" - giornalisti, manager, alti burocrati, ecc. - che per difendere i privilegi che le rispettive "caste" garantiscono loro a spese del cittadino (contribuente, acquirente, abbonato o utente che sia) hanno inventato l'anatema contro "i costi della politica" da additare al ludibrio di chi è incerto e preoccupato del futuro; ma anche alla non sempre incolpevole ignoranza di qualche "indignato" saputello, o alle inclinazioni criminogene di certi "antagonisti" figli di papà. In questa operazione di banditismo mediatico, tutto ciò a cui si possa accompagnare il termine "politica" è da esecrare allo stesso modo: dai furti che qualcuno compie in suo nome, all'impegno civile di chi, eletto da altri cittadini, opera con onore nelle Istituzioni democratica. Parimenti, tutto diventa sinonimo di "casta" e di "poltrona": dai privilegi, ingiustificati e da eliminare, che "la politica" ancor oggi riserva ai pochi che la praticano in alto loco, ai "gettoni" e alle indennità - qualche volta dignitosi, spesso modesti o addirittura miseri - percepiti da quanti accettano di impegnare tempo e capacità in un indispensabile servizio alla collettività.
È una strategia mercantil-qualunquista che però si avvale pure di taluni "cavalli di Troia" interni alla politica stessa. Oggi, che finalmente è tornata a grufolare a tempo pieno lungo i fossi dell'inventata "padania", la marmaglia leghista dà nuovamente il meglio di sé in questo miserevole sport, come ha dimostrato il "nostro" Piloni da Forlì allorché alla Camera ha preso la parola per dare del cialtrone al Presidente Fini, che gli ha poi risposto «ogni botte dà il vino che ha», sollevando la perplessità di molti perché non di botte si trattava, ma casomai di "vasca imhoff. Un altro campione di semi-analfabetismo democratico, oltreché di rozzezza populista è Di Pietro, che finalmente sta dimostrando di non entrarci nulla con la sinistra.
A lui sicuramente la Befana porterà un grosso e pesante sacco di carbone. L'ultimo augurio che voglio condividere con voi, cari lettori, è che glielo faccia cadere direttamente in testa.

 

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