Babbo Natale non esiste

RIMINI - Notizie opinioni - mer 21 dic 2011
di Giampaolo Proni

L'impossibilità di essere normali
Le favole che ci siamo raccontati dall'unità a oggi

Quello che rende tristi, nel vedere dei paesi normali, e nel paragonarli alla povera Italia di questi anni, è esattamente il fatto che sono normali. Nessuno infatti si meraviglia se i treni non sono sporchi, che i pendolari trovino un posto a sedere, che se per strada devi buttare una carta ci sia un cestino nel raggio di venti metri, e che non sia rigurgitante di mondezza, che nelle città vi siano parcheggi sotterranei e le strade dei centri storici non siano ricoperte di auto, soprattutto se antichi e ricchi di edifici monumentali. E se i trasporti urbani, bus, tram e metro, sono puntuali, nuovi, puliti, anche questo è normale, come lo è se le stazioni ferroviarie sono moderne, si accede ai binari, sopraelevati o sotterranei, con scale mobili, e vi sono tutti i servizi che servono ai viaggiatori: negozi, ristoranti, caffé, fast food. Inoltre, cosa mirabolante, è normale che non devi fare la fila al bar, il cibo non è regolarmente più cattivo che fuori, e, miracolo, non costa il 30% in più come in Italia, dove se viaggi sia in treno sia in autostrada devi patire cibo pessimo e prezzi alti.
In questi paesi normali, e ciò è veramente curioso, gli immigrati sono molti: africani, italiani, arabi, ma non ci sono quei venditori abusivi che chiamiamo vu cumprà. E che sembrano un arredo inamovibile delle nostre città, soprattutto di quelle che dovrebbero dare lustro al paese: davanti ai negozi di lusso di Roma, Venezia, Firenze, vengono vendute le copie contraffatte delle stesse merci esposte nelle vetrine. Eppure, i paesi normali non sono razzisti: gli immigrati sono normali cittadini. Come faranno? L'italiano si meraviglia di tutta questa normalità. Che da noi pare irraggiungibile. Da noi, per esempio, sembra che non si possano dare agli immigrati dei diritti e allo stesso tempo impedirgli di vendere senza licenza. Tuttavia, l'italiano deve tenere per sé le sue osservazioni, perché, appunto, tutto questo è normale. Ti senti anche un po' scemo. Come quello che non è capace di andare in bicicletta.
Sto parlando specificamente di un paese che può apparire il prototipo della normalità: il Belgio. Di fatto, sotto questa vernice di perbenismo il carattere belga è ricco di originalità a tratti bizzarra. Gli stilisti di Anversa, per esempio, sono oggi nel mondo della moda sicuramente trai i più creativi e dirompenti. Certamente, tuttavia, si tratta di un paese che non vuole avere cattive sorprese e che prende con prudenza le sue decisioni. E che, come dicono sui loro giornali "Non vuole finire come l'Italia". Eppure, al Belgio non mancano i problemi. Per oltre 500 giorni il paese è stato senza governo, eppure la sua economia è in salute. E' diviso in due in modo più netto dell'Italia: i fiamminghi del nord parlano una lingua diversa dal francese parlato al sud, e non c'è quasi bilinguismo, né le due comunità vogliono apprendere a scuola l'una la lingua dell'altra. Ciò nonostante, il Belgio rientra tra i paesi normali, o, se vogliamo, civili.
Noi, allora, dove abbiamo sbagliato? E soprattutto: ce la faremo mai a riprendere il gruppo che pare allontanarsi?
Va detto che l'Italia non ha fatto mai veramente parte dei paesi civili dell'Occidente. Quando, un secolo e mezzo fa, il paese si è unito, lo ha fatto solo in parte per convinzione. Cavour, come è noto, non era del tutto favorevole a un'unione così rapida. Vi erano però ragioni politiche per le quali l'unità si doveva fare allora o mai più. Così, l'Italia è nata fin dall'inizio come una scommessa difficile, forse impossibile.
Per cercare in tutti i modi di vincere questa scommessa, la classe dirigente ha pensato di raccontare agli italiani non quello che l'Italia era, ma quello che avrebbe voluto essere. De Amicis è l'esempio più lampante. Manzoni, da parte sua, un po' ipocrita e un po' realista, ha proposto come valore nazionale la Provvidenza, che è cosa tanto bella, ma non attendibile come programma di governo.
Dal 1861, tutti i nostri leader ci hanno raccontato le favole. Alcuni con una certa decenza, altri forzando un po' le cose, altri contando delle balle vere e proprie. Ora siamo costretti a fare una doccia di umiltà e ci fa un po' male. Tuttavia, è bene metterci in testa che non siamo scesi da una posizione alta: non ci eravamo mai stati. Questa notizia non la leggerete sui quotidiani nazionali né ve lo diranno i politici, ma è la verità, e in fondo lo sappiamo tutti. I big però non lo possono dire, perché temono che ci deprimiamo e smettiamo di darci da fare per risalire la classifica. Ci trattano come quei pugili che vanno all'angolo mezzi morti e il secondo gli dice "Dai, dai che hai vinto, adesso vai su e lo stendi". Ma io penso che se non ce l'abbiamo fatta è anche perché ci hanno sempre trattato da minorenni. Non hanno mai voluto rivelarci che Babbo Natale non esiste. E invece è bene scriverlo chiaramente: BABBO NATALE NON ESISTE. Buone Feste.

 

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