La devozione verso tutti i figli
Esce a febbraio "Il senso dell'elefante" di Marco Missiroli
«È un libro che ha anche Rimini come centro della narrazione»
Ascolti Marco Missiroli e pensi al suo ultimo, potente romanzo, a quel «...bianco che non è un colore, ma il vortice che si mangia tutti i colori. Come la morte, il vortice che si mangia le cose fatte in una vita...» Sono tre anni che è uscito, "Bianco", dopo la rivelazione di "Senza coda", Campiello opera prima del 2006, e la favola dolceamara di "Il buio addosso", del 2007, e intanto leggevamo le recensioni di Marco sul Corriere della Sera, un bell'incontro ogni volta. Mentre lui, a Milano, scriveva e riscriveva quel romanzo che, ci aveva promesso, avrebbe avuto dentro un po' di Rimini. Uscirà il 23 febbraio prossimo, per i tipi di Guanda. Il titolo è "Il senso dell'elefante". «Questo è il mio quarto libro, e quattro libri sono molti se ci penso bene» sorride Marco Missiroli. «Però è forse il mio romanzo più necessario, parla di alcune vite che ho incontrato in questi anni e che ho fuso in un'unica storia: il senso dell'elefante è l'istinto dei pachidermi di proteggere nel branco i figli degli altri, al di là dei legami di sangue. Questa potenza di legami, questa tendenza al sacrificio nonostante un rapporto "ufficiale" è stata la molla di scrittura. La devozione verso tutti i figli, è questo il tema del libro. Nelle minuzie dei rapporti umani, e davanti alla possibilità dei sacrifici. È un libro che ha anche Rimini come centro della narrazione» continua Marco. «Finalmente ci sono arrivato, sono riuscito ad avere il coraggio di parlare della mia città. E alla fine è stata la vera spinta, mentre lo scrivevo sentivo un attaccamento viscerale, quasi materno alla dimensione Riminese. Le voglio un gran bene, non c'è niente da dire. E sulla carta è stata la vera forza motrice del libro, cercare di dare il suo sapore vero, che non è il turismo ma una sorta di senza tempo. C'è Rimini sì, e c'è Milano. C'è un condominio e un nuovo portinaio, Pietro, ex prete che dalla nostra città si trasferisce a Milano. Apparentemente per questo nuovo lavoro, in verità da subito il letto re capisce che c'è qualcosa con un coinquilino. I due non si conoscono ma Pietro si avvicina sempre di più a questo giovane medico che vive al secondo piano dello stabile. Lo segue fino a dividere con lui un segreto inconfessabile, e un sacrificio.» In cosa dialoga con i tuoi libri precedenti, e come è cambiata la tua scrittura? «Come struttura deve molto al mio primo libro, "Senza coda": per l'architettura "a mistero". Come forza a "Bianco": per la dimensione emotiva. Come tematiche al "Buio addosso". E' una sintesi. Ho impiegato tre anni a scriverlo, è stato il libro più difficile, e più pericoloso, perché trattava temi che sentivo molto e che in un certo senso mi riguardano direttamente. I legami affettivi possono avere così tante sfumature... e poi c'è l'altro grande tema: l'eutanasia. Bisognava maneggiare tutto con cura. Diciamo che devo molto a Bianco come "testa" di una persona anziana, Moses aveva più di settant'anni. Pietro, il protagonista di questo libro, ne ha sessantacinque. Ma "Il senso dell'elefante" ha un ritmo più "italiano", e per la prima volta è ambientato in luoghi che esistono davvero. La lingua è sempre veloce ed essenziale, ma è più densa. Più onesta.»
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