Gino Amati, il referee della boxe

RIMINI - Notizie sport - mer 07 dic 2011
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Il riminese fu l'arbitro dei record: quarant'anni di carriera e sei olimpiadi

Celebrare oggi Gino Amati, vero sportrman riminese nato nel 1904, significa rivisitare anni lontanissimi ed epitomi di accadimenti che rinfocolano in me ricordi che accolgo con il disincanto provocato dalla vecchiezza incombente.
Era un personaggio Gino Amati. Come professione, ufficialmente, esercitava quella di albergatore ma in realtà era lo sport e la boxe, in particolare, la sua ragione d'esistere. Giovanissimo, in compagnia di pochi sodali quali: Flavio Lombardini, Francesco Santarelli, Gino Del Prato, Alfredo Di Lucia, Romeo Neri, Lino Zangheri, Giulio Cumo si era cimentato (alla meglio) in tutte le discipline sportive: aveva giocato a foot-ball, aveva praticato l'atletica leggera (se è verità poteva vantare attivo un ottimo 11" 1 sui cento metri) e ancora ragazzino si era mostrato attivo ed "esuberante nell'organizzare, programmare e discutere di pugilato".
Per oltre quarant'anni Gino Amati fu referee di boxe. Percorse tutte le tappe del cursus honorum fino a giungere ai massimi vertici della categoria. Salì tra le dodici corde per arbitrare pugili come Carnera, Venturi, Rodriguez, Farabullini, Botta, Proietti, Locatelli, Cavicchi, Rinaldi, D'Agata, Bossi, Lopopolo, Mazzinghi, Benvenuti... Per oltre vent'anni, (e questo è davvero un record) fu membro della Commissione Tecnica Dilettanti. Prese parte a ben sei Olimpiadi come Arbitro Giudice, dirigendo un numero di incontri difficile da quantificare. Aveva già doppiato la boa degli ottant'anni e lo si poteva ancora vedere a bordo ring esercitare la funzione di Commissario di Riunione.
Elegante sul quadrato e fuori, Gino Amati era un uomo autoritario. I suoi giudizi non ammettevano repliche. Era lui il depositario del regolamento e guai a chi si fosse permesso di criticare una sua decisione. Attorno alla sua figura fiorirono, nel tempo, leggende, come quella inerente al long count che applicò al "gigante di Cento", Francesco Cavicchi che, nel Santo Stefano pugilistico del 1958, sul ring di Bologna, incrociava i guantoni con l'inglese di colore Kition Cave. Alla quarta ripresa, il pugile britannico, colpì duro l'apollineo massimo emiliano ed il buon Cavicchi, che non era certo un "cuor di leone", finì sulla stoia. A quel punto ebbe inizio lo show dell'arbitro riminese. Rendendosi conto che il recupero del nostro atleta era estremamente lento, Amati interruppe più volte il conteggio per redarguire Cave che era desideroso di finire l'avversario. Ricondusse (personalmente), per due volte, il suddito di sua maestà all'angolo neutro ed ogni volta riprese il conteggio da capo. Alcuni degli spettatori presenti erano pronti a giurare che complessivamente Gino Amati durò a contare fino a sessanta. Alla fine Cavicchi si rimise in piedi e riuscì a concludere il match vincendo ai punti. Per molto tempo, nell'ambiente, Amati fu detto "l'arbitro di Cavicchi" e la sua reazione fu sempre di sdegnosa rabbia.
Morì assai vecchio nell'estate del 2000. Lo incontravo spesso mentre procedeva lentamente in bicicletta per recarsi al bar di Piazza Tripoli. Nonostante, alla fine, fosse afflitto da una grave forma di sordità, Gino Amati restò sempre lucido ed i suoi giudizi sugli accadimenti sportivi e sugli uomini erano sempre puntuali ed acuti. Mi chiedo spesso cosa direbbe, lui che aveva vissuto i tempi aurei del pugilato, della boxe di oggi. Cosa direbbe vedendo lo spettacolo miserrimo portato avanti da pagliacci, da robot dello sfacelo, da farisei da negromanti e da imbonitori da fiera?

 

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