Il capitalismo č vivo e lotta insieme a noi

RIMINI - Notizie opinioni - mer 07 dic 2011
di Giampaolo Proni

La crisi è più nostra che dell'intero sistema
Per ripartire non basta tagliare, bisogna ricominciare a fare e a fare bene

In uno degli ultimi articoli avevo scritto che la crisi non è globale ma è localizzata in Europa, Usa e Giappone. Tra l'altro i paesi europei ex socialisti non se la passano affatto male, avendo tassi di sviluppo significativi e i conti a posto. I paesi a rischio sono Grecia, Italia, Spagna e Irlanda, in secondo ordine la Francia. Uniti solo dal non essere di religione protestante, ma tutti cattolici a parte la Grecia.
E' la crisi degli ex-ricchi, insomma, di quelli che controllavano il mondo. E la crisi è derivata dalla globalizzazione, e la globalizzazione dalla caduta dei regimi comunisti, dal passaggio al capitalismo della Cina e dall'apertura dei mercati.
Tuttavia continuo a leggere qua e là che stiamo assistendo al fallimento del capitalismo. A me pare che sia quasi l'opposto, se avesse senso dirlo. Non ha infatti senso dire che il capitalismo trionfa perché il capitalismo non ha mai avuto alcuna intenzione egemonica, checché credano i suoi oppositori. Il termine capitalismo ha molti significati (vedi Wikipedia). Se lo intendiamo come "Il sistema economico, e per estensione l'intera società, il cui funzionamento si basa sulla possibilità di accumulare e concentrare ricchezza in una forma trasformabile (in denaro) e re-investibile, in modo che tale concentrazione sia sfruttata come mezzo produttivo", che è la definizione più sensata, non ha particolari fini se non quello di generare ricchezza. In sostanza, a un certo punto della storia qualcuno scopre che il denaro è più utile delle terre e dei servi della gleba per fare altro denaro e ottenere potere, e che la sua utilità sta nella possibilità di investirlo in un'economia di mercato. Non è che prima non ci fossero mezzi per raggiungere quei fini. Ma non è un progetto di dominio del mondo, è solo un modo di vedere l'economia e operare in essa. Che ha visto anche comportamenti assolutamente inaccettabili e criminali, come l'occupazione di immensi territori tribali, sia chiaro.
E' dunque del tutto legittimo e anche auspicabile che in futuro vi sia dunque un sistema diverso e migliore, ma per ora abbiamo questo modello. E pare funzionare piuttosto bene, se è vero, come è vero, che il capitalismo e il libero mercato hanno accresciuto il benessere e la cultura di tanti paesi emergenti molto più di quanto abbiano fatto il socialismo e l'economia di Stato. Non solo, ma potremmo anche dire che i paesi occidentali, che si sono fatti difensori e diffusori della libertà economica, hanno mostrato nei fatti che le regole che proponevano erano giuste, al punto tale che oggi sono superati dai paesi che prima erano più deboli. Oggi sta di fatto avvenendo una distribuzione planetaria di ricchezza, dai paesi ex-ricchi ai paesi ex-poveri. Non solo, ma la ricchezza che gli ex-ricchi perdono è relativamente poca (il nostro benessere non è di fatto veramente calato, ha solo smesso di crescere: continuiamo a comprare megaschermi, andare in vacanza ai tropici e buttare via scarpe quasi nuove), mentre l'aumento di benessere dei paesi emergenti è massiccio e rapido.
Credo che ogni persona debba essere contenta se altri esseri umani stanno meglio.
Ciò non toglie che sia il caso di fare qualche riflessione.
Da oggi in avanti i paesi occidentali vedranno diminuire la differenza con i paesi emergenti. In alcuni casi ne saranno superati. Per esempio, i turchi sono ormai convinti, e mi sa che hanno ragione, di stare meglio dei greci, loro eterni rivali, se non nemici.
Perché le economie emergenti ci stanno battendo? Soprattutto perché hanno attirato enormi investimenti dai nostri paesi. E li hanno attirati perché il capitale investito da loro rende di più. Perché investire in un'economia che cresce dello 0,5% all'anno quando vi sono paesi che crescono del 9-10%? Aziende che in un anno aumentano gli utili del 60%. E questi tassi di sviluppo dipendono dalla maggiore snellezza dei sistemi e dai costi di produzione più bassi, in primo luogo il costo del lavoro. Questo significa che i lavoratori di quei paesi fanno sacrifici superiori ai nostri, per ottenere quel benessere che non avevano. Ma ci arrivano.
E' inevitabile che il sistema mondiale ritrovi prima o poi il suo equilibrio. Se i paesi emergenti sono diventati simili a noi, noi dovremo diventare un po' simili a loro. Le ricette antiche, anche il rigore tedesco, non ci porteranno a una ripresa economica. Non basta tagliare e tagliare. Bisogna lavorare in modo proficuo. Bisogna eliminare i lavori inutili e dedicarsi a fare cose utili e belle, innovative e possibilmente di valore. Ne eravamo capaci, dobbiamo tornare ad esserlo. Dobbiamo attirare investimenti e mantenere i nostri capitali in Europa, dando loro una remunerazione adeguata. Se l'unico guadagno che offriamo è nei tassi dei prestiti, non ci caveremo gli zampetti.

 

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