Chiamatemi Achab

CESENA - Notizie cultura - mer 17 dic 2008
di Leonardo Agolanti

Al Bonci di Cesena dall'8 all'11 gennaio il capolavoro di Melville con Giorgio Albertazzi

La caccia alla balena bianca e l'eterna ricerca dell'uomo

Chiamatemi Ismaele. È uno degli incipit più forti e suggestivi - forse il più incisivo in assoluto - della storia della letteratura. È l'incipit del capolavoro di Herman Melville, "Moby Dick". La balena bianca. L'eterna lotta tra la vita e la morte, tra l'ingegno dell'uomo e la forza devastante della natura. Pagine immortali trascinate sulle tavole del teatro e trasposte, con un immenso del teatro a fare da padrone. È Giorgio Albertazzi il Capitano Achab, l'instancabile nella sua drammatica rincorsa al Leviatano, nello spossante inseguimento al sogno - o all'incubo - il coraggioso - o il pazzo - davanti al proprio destino.
"Moby Dick" interpretato da Giorgio Albertazzi per la regia di Antonio Latella passerà anche dalla Romagna. Una tappa immancabile per gli amanti del teatro e per chi ha letto e riletto il gioiello di Melville trovandovi ogni volta qualcosa di nuovo da ammirare, se non da capire. Passerà al Teatro Bonci di Cesena da giovedì 8 gennaio a domenica 11 (ore 21, domenica ore 15.30), quattro appuntamenti da brividi.
La messa in scena è della Compagnia Teatro Stabile dell'Umbria - Teatro di Roma, sul palco assieme ad Albertazzi ci saranno Emiliano Brioschi, Marco Cacciola, Marco Foschi, Timothy Martin, Giuseppe Papa, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco.
Moby Dick è l'eterna ricerca dell'uomo, una ricerca sovrumana, metafisica. Quasi religiosa. Non a caso il protagonista è Ismaele, come il primogenito di Abramo. Moby Dick è un viaggio per capire e per trovare spiegazioni. "Quel viaggio era qualcosa di più", come dice Ismaele. E la figura folle e geniale al tempo stesso del Capitano Achab è portata in scena da quello che forse è il più grande attore teatrale italiano degli ultimi anni, un fascinoso Albertazzi che rappresenta in scena il desiderio racchiuso nel ventre del suo "Pequod", il desiderio dell'intero equipaggio. Un equipaggio che, come l'uomo, non ha intenzione di ammainare le vele.

 

 

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