Noi non li capiamo, ma loro capiscono noi

RIMINI - Notizie satira - mer 09 nov 2011
di Lia Celi

Stranieri in casa nostra? Semmai limitati dalle nostre chiusure
Anche i nostri bambini comprendono il vantaggio che hanno i loro compagni arrivati dall'estero

«Dài, mamma, parliamo anche noi in una lingua che non si capisce!» E mia figlia comincia a pronunciare a macchinetta sfilze di sillabe irte di consonanti, aspettandosi una risposta sullo stesso tono. Un po' mi vergogno - siamo per strada - ma ci provo. In fondo la capisco.
Da quando siamo uscite di casa abbiamo incrociato quasi esclusivamente persone che non parlavano italiano. Al telefonino, in coppia o in comitiva, si esprimevano in idiomi sconosciuti. Dopo il primo senso di straniamento subentra l'invidia. Gli stranieri che abitano qui conoscono una lingua che noi non comprendiamo e avremmo difficoltà perfino a pronunciare. Però conoscono anche l'italiano (molti passano indifferentemente dalla loro lingua alla nostra) e possono capire quel che diciamo noi. Anche una bambina si rende conto istintivamente che questo rappresenta un vantaggio, e, almeno per gioco, vorrebbe procurarselo anche lei.
Secondo Don Milani «l'operaio conosce trecento parole, il padrone mille, per questo è lui il padrone». Principio valido quarant'anni fa. Oggi l'operaio che conosce trecento parole nella sua lingua madre e in un paio di altre, è più attrezzato del padrone che ne conosce mille, ma in una lingua sola, e prima o poi finirà per fargli le scarpe.
E' un po' la situazione in cui ci troviamo noi indigeni rispetto agli immigrati: loro sanno cose che noi non sappiamo. E le cose che noi sappiamo più di loro forse non servono molto nemmeno a noi. I nostri figli vanno a scuola con ragazzi stranieri perfettamente bilingui o quasi; anche quelli che arrivano a scuola meno ferrati in italiano recuperano alla grande e, stimolati da genitori che non hanno paura di pretendere impegno e risultati, ce la mettono tutta per prendere buoni voti in tutte le materie. Conoscono l'italiano, studiano altre due lingue straniere, e in più sanno parlare lingue complicatissime come il cinese, il russo, l'albanese o l'arabo: passando dall'una all'altra usano aree del cervello che molti di noi non attiveranno mai. Spesso hanno parenti immigrati in altri Paesi o addirittura in altri continenti, con i quali si scambiano visite; una rete che li farà sentire a casa propria in mezzo mondo.
Altro che una marcia in più, questi ragazzi hanno tutto il cambio. La buona notizia è che l'Italia gli andrà presto stretta e, appena possibile, porteranno i loro talenti altrove, risparmiandoci una concorrenza temibile. Ma i nostri ragazzi hanno già intuito che essere italiani in Italia non dà poi tutta quella rendita di posizione. Drufignak zipir hotrab keribrudo?

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