Con Attila alle porte

RIMINI - Notizie primo piano - mer 09 nov 2011
di Stefano Cicchetti

Quel che insegna una dimenticata "battaglia di Rimini"
La nazione unita di fronte al baratro: o no?

La battaglia di Rimini fu combattuta a qualche miglio dalla nostra città nel 432 d.C. In campo, il governatore dell'Africa comes Bonifacio e il magister militum (generale) Flavio Ezio: i capi militari e politici più potenti di quegli anni, che stavano vedendo la dissoluzione dell'impero romano d'occidente. Intere province, come la Britannia, venivano abbandonate a se stesse. Altre si ribellavano, altre ancora erano già in mano a Goti, Vandali, Franchi, Burgundi. La corte imperiale stava asserragliata a Ravenna, con Galla Placidia a governare in nome del figlioletto Valentiniano III. Erano passati 22 anni da quando i Visigoti avevano devastato Roma. Non accadeva da otto secoli, ma nemmeno il sacco della Città Eterna era bastato per fermare le feroci lotte interne all'impero. Secondo la maggior parte dei media dell'epoca, fu Bonifacio a vincere la battaglia di Rimini. Il comes era un vero romano e fra i suoi amici contava perfi no Agostino da Ippona, futuro Santo e Doctor Gratiae. Mentre Ezio era di padre goto, o peggio ancora scita; aveva vissuto presso gli Unni e ne arruolava molti fra le sue truppe. Fatto sta che qualche mese dopo lo scontro, il "vincitore" Bonifacio morì per le ferite riportate. A quel punto i cronisti si ricordarono di molte cose. Per esempio di quando Bonifacio aveva praticamente consegnato la "sua" Africa ai Vandali come ripicca contro un noioso processo per apostasia: persa la testa per una giovinetta, certa Pelagia, visigota e ariana, aveva flirtato con la sua fede eretica. Senza il grano africano, l'Italia era alla fame e la fine dell'impero solo una questione di tempo. Eppure, in cambio di un aiuto contro Ezio, Galla Placidia non solo aveva derubricato le imprese di Bonifacio a marachelle, ma addirittura lo aveva creato patricius e fatto raffigurare nelle monete. Ma Bonifacio adesso era morto. In una guerra civile? Macchè. Ora i media parlavano di un incontro fortuito fra i due rivali, da cui era scaturita una banale rissa fra le due scorte, finita con un nobile duello alla lancia, vinto lealmente da Ezio. Il quale sposò Pelagia ma, assicurarono le fonti ufficiali, solo per esaudire il desiderio del morente Bonifacio. I retori composero diversi panegirici in onore del generalissimo che per vent'anni sarebbe riuscito a tenere in piedi quelche restava di Roma, barcamenandosi fra barbari e latini. Sconfisse Attila in Gallia, ma invece del trionfo a Ravenna rischiò un processo per tradimento. "Prosciolto" grazie alle spade dei suoi legionari, si mise a brigare per far sposare suo figlio Gaudenzio a una fi glia di Valentiniano. Dimenticandosi così di Attila, che questa volta invase direttamente l'Italia. Alla fine l'imperatore, che in vita sua non era mai sceso in battaglia, uccise Ezio con le proprie mani. Era il 454; l'anno dopo Roma fu di nuovo saccheggiata, questa volta dai Vandali. Ancora 21 anni e sarebbe iniziato uffi cialmente il medio evo. Ma perché rivangare oscure vicende di un millennio e mezzo fa? Oggi, niente ci minaccia e i ristoranti cacciano i clienti in sovrappiù. I nostri leader sono immuni da meschine ambizioni e lotte fratricide. E abbiamo un'informazione completa e obiettiva. La "presunta" battaglia di Rimini può restare dunque nell'oblio: cosa mai potrebbe insegnarci?

 

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