C'č chi ha preso la Bastiglia e chi ha preso cantonate

RIMINI - Notizie satira - mer 26 ott 2011
di Nando Piccari

Ma per fortuna c'è il Palas che va di traverso a un forlivese
Ai comitati non c'è mai fine: ecco quello delle amiche di Maria Antonietta

In questa nostra provincia, dove basta che un piccione faccia la cacca in testa a qualcuno perché nasca un "comitato", fino a ieri mi chiedevo come mai nessuno ne avesse ancora creato uno per Maria Antonietta, la regina cui toccò la triste sorte di seguire sulla ghigliottina il marito Luigi XVI, sarcasticamente ribattezzato Luigi Capeto dalla Revolution Française. Ho pertanto letto con soddisfazione che l'imbarazzante lacuna è stata sanata, pur se con 218 anni di ritardo, per merito di un manipolo di ispirate signore riminesi, fondatrici del «"Club Amiche di Maria Antonietta", un Comitato femminile aperto a tutte le europee che si pongano in alternativa alle idealità della Rivoluzione» e ad altri sgradevoli effetti collaterali «prodotti dal disprezzo per Cristo e la Chiesa». Ne consegue che ora le intraprendenti nostalgiche dell'Ancien Régime organizzeranno una "regale canasta di beneficenza", una "tombola di rito borbonico" e una gita di preghiera sulla tomba Pio IX, l'ultimo Papa Re. Sì, perché l'ardore filo-monarchico di cotali signore supera di gran lunga quello delle loro concittadine che lo scorso 29 aprile sentirono il bisogno di far sapere alla stampa di essersi date convegno, vestite da Mary Poppins e con fumanti tazza di tè in mano, per stringersi a William e Kate nel mentre la TV riversava in salotto la loro principesca gioia nuziale, unitamente alle trasparenze glutee della di lei sorella Pippa.

Ma per un comitato che arriva ce n'è un altro che va. Mi riferisco alla comica fine di quel simposio di esimi pensatori che si era dato la gloriosa missione di istituire, con apposito referendum, il "libero Comune di Viserba". Grazie a una normativa burlona, a creare il presupposto di quel referendum secessionista sarebbero bastate cinquemila firme, raccolte non a Viserba (come logica e democrazia vorrebbero) ma in qualsiasi angolo della Regione. Nel pieno dell'estate era stato facile racimolare in spiaggia l'agnostica "adesione di cortesia" di un buon numero di bagnanti emiliani. Il guaio è cominciato allorché, diradatisi gli ombrelloni, per tentare di raggiungere il quorum s'è dovuto iniziare a raccogliere firme anche a Viserba, dove ha subito preso piede uno scoraggiante tam tam. "Con i tempi e Tremonti che corrono, saremmo matti a portarci a casa un pezzettino di miseria finanziario-amministrativa in più!", obiettavano i meglio informati. Perfino i più critici verso "Rimini matrigna" si sottraevano all'abbraccio separatista, ricorrendo a uno dei "Paragoni di Pidio" magnificamente raccontati da Tonino Guerra: "L'è mei pluché un os che un bastoun!" Risulta però che la categoria più numerosa sia stata quella degli "inizialmente propensi" che in extremis hanno rinunciato ad apporre la firma, dopo essersi posti un'angosciosa domanda: "E se poi ci ritroviamo Lugaresi sindaco di Viserba"?
P.S. A causa di un malanno ho dovuto disertare l'inaugurazione del Palas. Oltre al rammarico di non aver vissuto in diretta uno dei rari momenti corali della "Rimini che si vuol bene", mi rimarrà per tutta la vita il fastidio di avere ora qualcosa in comune con l'on Pini che il giorno prima dell'evento, per lui così infausto, aveva motivato la propria assenza con la consueta flatulenza del suo messaggio politico, affidato a dichiarazioni riassumibili col titolo: "Uccellin che canta in gabbia, non canta per amor, canta per rabbia".
Lorenzo Cagnoni, il demiurgo del nuovo Palas, aprendo la cerimonia ha assicurato che non si sarebbe tolto "sassolini dalle scarpe" soffermandosi a rievocare il facinoroso assalto che ne aveva ritardato l'inaugurazione: è stato come sempre misurato, altrimenti non di sassolini avrebbe dovuto parlare, ma di un'altra sostanza; che per fortuna non arriva ad entrare nelle scarpe, ma quando la calpesti ti costringe a strofinarle all'infinito.
Chi assisteva dalle case vicine allo spettacolo pirotecnico finale, lì per lì è rimasto sorpreso dal fatto che questo si sia concluso non con i soliti tre botti di commiato, ma con quattro. Poi ha capito: l'ultimo era il rumore del corale pernacchione che saliva dalla piazza all'indirizzo dell'on. Piloni da Forlì.

 

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