Indignati, ma contro chi?

RIMINI - Notizie opinioni - mer 26 ott 2011
di Giampaolo Proni

Se a protestare sono gli ex padroni del mondo
La peggior ingiustizia sociale colpisce i Paesi poveri e sta diminuendo

In questi mesi si è formato un movimento di protesta nuovo. Viene usato per definirlo il termine
indignados. Persino Wall Street a New York è presidiata da giovani indignati al grido di "Siamo il 99%". Intendono con esso contestare la ricchezza smisurata concentrata nelle mani dell'1% dei cittadini.
La loro analisi non è campata per aria: negli ultimi decenni i differenziali dei redditi sono aumentati in misura notevole. Se nel 1974 l'amministratore delegato di una grande società USA guadagnava 30 volte un impiegato di medio livello, nel 2004 prendeva da 3 a 400 volte tanto (cit. in Sennett, 2008). Questo fenomeno in economia è noto. In certi periodi la ricchezza si concentra, in altri si distribuisce. Quando la concentrazione ha luogo in periodi espansivi la società la tollera meglio: se anch'io aumento il mio reddito mi dà meno fastidio che altri lo accrescano più di me. In periodi di crisi, vedere che altri si arricchiscono è meno piacevole, a volte francamente offensivo. In alcuni casi lo squilibrio ha portato a vere rivoluzioni.
La novità di questa crisi è però in due punti.

La crisi non è globale

Primo: non è vero che è una crisi globale. Per alcuni miliardi di persone (Cina, India, Indonesia, Brasile, Turchia e altri) non c'è nessuna crisi. Anzi, è uno dei periodi di maggior benessere della loro storia. La crisi c'è per i paesi occidentali e i loro partner storici (Giappone in primo luogo). Insomma, per gli ex padroni del mondo, per essere un po' anti-imperialisti.
Secondo: non si parla davvero di ricchi e poveri. USA, Europa, Giappone, non hanno problemi di povertà come l'Africa. I loro cittadini sono ancora molto più benestanti dei BRIC e soci. Anzi, non sono i loro ricchi a distinguersi dai ricchi emergenti, bensì la loro classe media. Miliardari indiani e cinesi ricchi come e più degli americani e degli europei ce ne sono parecchi. Semplicemente, come disse Helmut Kohl più di dieci anni fa "Per la prima volta da molto tempo i nostri figli avranno meno dei padri." Le nostre società non tollerano proprio questo, cioè la diminuzione del benessere.
E dunque, i giovani che protestano credono di chiedere distribuzione di ricchezza. In realtà è proprio contro questa che lottano: una immensa redistribuzione di benessere in tutto il pianeta, che vede miliardi di persone accedere a quello che noi avevamo 50 anni fa.
Un mio studente cinese, Wang Yangqing, si è laureato con una tesi nella quale raccontava l'aumento del benessere in Cina dal 1978 al 2008 attraverso gli oggetti di consumo. E' stato molto interessante per me confrontare questo periodo con quello che io avevo vissuto negli anni 60. Molte cose erano le stesse: lo scooter, il frigorifero, la lavatrice, la televisione. E c'è in Cina la stessa euforia che c'era da noi in quegli anni. E' forse giusto che la famiglia di Yangqing non debba avere una casa più comoda di quella precedente perché io possa comprare un SUV?
D'altra parte, non è vero che la nostra minore crescita dipende dalla maggiore crescita di India o Cina. Dipende dalla nostra minore competitività. E questa minore competitività dipende dal fatto che una parte del nostro vantaggio era temporaneo, e poco leale: derivava dai prodotti che esportavamo nei paesi non industrializzati in cambio delle loro materie prime. Oggi la stessa protesta giovanile se la prende con le cattive multinazionali. Ma erano proprio loro che, 'derubando' i paesi poveri, consentivano ai giovani dei paesi ricchi lo stato sociale e i vantaggi economici che oggi non possono più avere. Quello che, con la solita presunzione occidentale, volevamo dare con un gesto di bontà, i paesi emergenti se lo sono preso con il loro lavoro e il loro ingegno. Oggi l'accesso alle materie prime e al know how industriale è consentito a tutti. Anche in Cina si producono microprocessori.

Vale più un lavoratore italiano o uno indiano?

Non mi sembra che questo si possa considerare ingiusto. Vogliamo forse dire che un lavoratore italiano vale - dal punto di vista etico - di più di un lavoratore indiano? Il fatto è che vale sempre di più anche in termini economici. Il buonismo a parole è comodo perché non produce nulla. La competizione economica invece produce differenze materiali.
Quando in questa crisi occidentale le differenze di reddito ci infastidiscono e chiediamo una nuova redistribuzione della ricchezza, in un certo senso facciamo come i cinesi che hanno sostenuto il comunismo per uscire dalla miseria. Tuttavia, oggi pochi di loro direbbero che il comunismo è meglio dell'economia di mercato. Gli occidentali che chiedono di portare via i soldi ai ricchi devono apparire agli occhi dei cittadini BRIC un po' come il leone che, avendo perso i denti, voleva far diventare tutti vegetariani. Direbbe un cinese: "Chi vaga a lavuré."

 

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