Quando a Rimini c'erano centinaia di stalle
"Animali domestici e selvatici in una città medievale. La Rimini malatestiana"
Ce lo racconta l'autore, Oreste Delucca
«Quando si parla di una città medievale gli animali si trattano in modo incidentale, a mio parere invece è una presenza importante, che ha avuto una grossa influenza sulla struttura urbana, sul lavoro, sull'alimentazione, sull'igiene, sullo svago, perfino sull'immaginario collettivo, con una serie di conseguenze nella vita quotidiana ancora poco studiate.» Per colmare questa lacuna, con spirito francescano e rigore documentario lo studioso riminese Oreste Delucca ha appena dato alle stampe "Animali domestici e selvatici in una città medievale. La Rimini malatestiana" per Bookstones editore. Un catalogo ragionato - dagli animali "da mangiare" a quelli da lavoro e da compagnia, per finire con l'iconologia legata ai bestiari - che racconta in modo vivido e rigoroso la città antica. Una Rimini tra il Tre e Quattrocento in cui «basti pensare che nella struttura urbana si contavano centinaia di stalle» continua Delucca. «Gli animali da cortile venivano allevati per la carne e le uova nelle case di ogni ceto, si tendeva ad essere autosufficienti per la scarsa reperibilità delle risorse - quasi tutti avevano un orto, in un precedente lavoro ne ho documentati circa 700 all'interno delle mura - e c'era un gran numero di colombaie, con il riutilizzo delle torri delle mura romane; sono attestati parecchi alveari e ovini mentre l'allevamento delle capre era vietato nel centro e nel borgo San Giuliano, ma consentito al borgo San Giovanni. Tanti i maiali, la carne salata era in tutte le dispense, ma era vietato lasciarli liberi per le strade, fatta eccezione per quelli dell'ordine monastico di Sant'Antonio di Viennois. C'erano parecchie peschiere, grazie alle sorgive della zona "bassa" nei pressi di Via Angherà: all'epoca il consumo prevalente era di pesce d'acqua dolce. Altri animali "da mangiare" venivano da fuori, come la cacciagione, e poi c'erano le beccherie, che tenevano spesso, davanti, un orso in catene. Era un universo, quello degli animali in città, da quelli da lavoro, per i mulini da olio e da fave, a quelli da trasporto; per il gran traffico, come comprensibile, il problema igienico era imponente e contribuiva alla generale insalubrità. Il rapporto con gli animali non era solo utilitaristico, esistevano specie "da compagnia" come alcune razze di cani, falconi e astori allevati per la caccia, uccelli da usare come richiamo, molte le gazze in gabbia. E cavalli da corsa, allevati per i Pali che si correvano a San Giuliano e San Gaudenzo.
I rapporti dovevano essere improntati a un certo grado di affettività, a giudicare dagli ordinativi di pane che Sigismondo faceva per i suoi cani. Le casate nobiliari si pavoneggiavano con animali rari e feroci - si racconta di combattimenti tra tori e leoni organizzati dai Malatesta nell'Orto dei Domenicani - o con piccoli "serragli" come il malatestiano Orto dei cervi, dalle parti di San Giuliano. Un capitolo a parte meritano le raffigurazioni di animali, non solo artistiche, come gli elefanti del Tempio, ma utili per il diffuso analfabetismo, come le "insegne parlanti" delle locande.» E i gatti? «Non se ne fa menzione, ma vengono spesso raffigurati nelle immagini del tempo... d'altronde c'erano molti topi, e le trappole si chiamavano proprio "gatta da sorci".»
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