Marco dicci che non č vero
La tragedia, l'incredulità, lo strazio
Sempre uno di noi, mai uno qualsiasi
Ci sono persone che credi immortali, tanta è l'energia positiva che sprigionano e la simpatia contagiosa che le caratterizza. Sono quelle stesse persone che pur non conoscendole direttamente le senti amiche, complici, vicine.
Marco Simoncelli era una di quelle persone. Sarà per la parlata inconfondibile, sarà per la sua semplicità e sfrontatezza, sarà quel che sarà. Ma quando vedevi Super Sic in tv o dal vivo, non poteva che strapparti un sorriso e darti una splendida botta di vita.
Proprio per questo motivo la parola "morte" era l'ultima che Marco ci faceva venire in mente. E lo è tuttora. Per capirlo è stato sufficiente ascoltare le reazioni delle persone che lo conoscevano, di semplici tifosi e simpatizzanti, tutte incredibilmente accomunate da tre parole: "Non è vero". E via a guardare televideo, siti e trasmissioni in attesa di una smentita, di uno scherzo di pessimo gusto. Ad aspettare che Sic se ne uscisse con la sua chioma leonesca e con il suo romagnolo ruspante a dire che ci aveva preso in giro tutti.
Invece no. Invece è calato il silenzio, perché oltre quella curva è impossibile dire qualcosa. Bambini, ragazzi, donne, anziani, in ogni angolo del nostro quotidiano, domenica ciascuno con il suo groppo in gola e gli occhi lucidi mentre gli schermi rimandavano frame dopo frame lo spaventoso incidente di Sepang. E non solo in Romagna, e non solo in Italia. E' raro che una persona unisca in un dolore così partecipato una comunità tanto grande. Non lo avremmo mai voluto testare, ma è la prova della grandezza di un ragazzo di 24 anni che con il suo sorriso e la sua semplicità aveva conquistato tutti.
Era impressionante la sua capacità di stabilire immediatamente empatia con chi lo ascoltava ed osservava, e tanta era questa forza che quando saliva in moto ti portava con lui sulla Honda 58. Ed è per questo che domenica a Sepang con Marco in sella alla moto c'era, come sempre, tutta Coriano, tutta la Romagna, tutti i tifosi e appassionati che si identificavano nel proprio campione. E tutti insieme siamo scivolati con lui in quella maledetta curva. "Tanto duro in pista quanto dolce nella vita". Lo ha ricordato così l'amico e collega Valentino Rossi e ci piace farlo anche a noi, immaginandolo in cielo con i suoi riccioloni e il suo sorriso. Magari metterà allegria anche a quell'altro che non ne aveva tanta da spendere, così timido dietro quegli occhiali da ragioniere, Renzo Pasolini caduto a Monza il 20 maggio 1973. Perdere due campioni così fa male sul serio. Perché fa quasi immaginare l'ombra di una maledizione su questa terra che tanto ama i suoi mutòr.
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