Michele Marziani racconta la sua Rimini

RIMINI - Notizie cultura - mer 12 ott 2011
di Lorella Barlaam

Il 19 ottobre in libreria "Barafonda" (Barbès)
Tra il mare e il fiume può crescere un orto

Finisci di leggere "Barafonda", l'ultimo romanzo di Michele Marziani, e resti lì un altro po'. Eri entrato in punta di piedi, seguendo i pensieri alterni di Franco e Camilla, e hai respirato la distanza dura e malinconica tra due persone, impigliate nella vita che poteva essere e non è stata, ognuno la sua. Per sentire che un po' ti somiglia, forse per l'umana nudità di questo incontro, o la suggestione del titolo, quell'intraducibile "Barafonda" che solo da noi sprigionerà appieno il suo sentore liminale. Sinora il riminese Marziani aveva taciuto Rimini nelle sue pagine, ambientate lungo altre acque e terre. «Questa storia mi è venuta incontro mentre in bicicletta pedalavo lungo il deviatore del Marecchia» dice. «Come se questa gente, i personaggi, fosse venuta ad abitare a casa mia, chiedendo di essere raccontata. Prima della Barafonda c'è una casa un po' diroccata, sul fiume. Nel libro l'ho spostata un po' più in là, come serviva a Franco Botteghi, il protagonista. Avevo bisogno di un luogo che segnasse per lui una caduta, una casa alla fine del mondo, che per gli altri - i vicini di casa tunisini Habib, Zamira, i loro figli - fosse l'inizio di una vita nuova. L'idea di fondo è che quello che c'è di finito nel nostro mondo, è il futuro di altre persone. Come a Borgo Marina: io passo là tutti i giorni, a tutte le ore, vado a fare la spesa nei negozi etnici, dove ci sono i prodotti di marca che costano meno, la carne halal che è buona e mi piace incontrare la gente che ancora si ferma a parlare, sta seduta fuori dei negozi...» In "Barafonda" i personaggi che guardano la vita come un'opportunità vengono tutti "da fuori": come Jelena, che ama Franco com'è... «Lei, in questo mosaico di gente che viene da altri mondi, è l'altra faccia del nostro stesso mare: l'unico personaggio che non chiede di essere diverso da quello che è. Anche i ragazzi, i figli di Franco e Camilla, sono in grado di capire le cose senza guardare ai ruoli stabiliti, sanno che il mondo viene da lontano. Franco è un personaggio che "si dimette", la sua più che dai ruoli - pediatra, marito, padre - è una dimissione dall'esistenza. Ma per quanto uno si dimetta il passato ti insegue in ogni caso, nessuno è in grado di essere davvero completamente nuovo. E così lui vive la sua vita nel luogo indeterminato d'incontro tra l'acqua dolce e salata, nel salmastro... forse è lo strano motivo per cui non capisce l'ovvio, e in questa sua incapacità a fare le cose pratiche c'è molta autobiografia. L'orto sinergico che lui coltiva, quello di sua madre, forse racconta come sono i rapporti veri tra le persone e come possono essere, che c'è un tempo che non è solo tuo, in cui condividi il passato.» Perché, adesso, Rimini? «Ho sempre avuto una sorta di paura di scrivere di Rimini, paura che le persone potessero chiedermi conto, pensare ma cosa si è messo a raccontare. Poi è diventata un luogo e non un'appartenenza. Sono riuscito a scriverne perché la vedo dalla distanza, e la vedo spaventata. Io sono uno spettatore occasionale, ma le cose che mi hanno appassionato un po' in questi ultimi anni sono state l'apparizione di un quartiere multietnico e dell'Università, luoghi di persone che vengono da altrove, che della geografia mitologica di Rimini non sanno niente e possono raccontare una città differente, che ci stupisce. Noi abbiamo un occhio che non riesce a staccarsi dal ricordo, e forse hanno ragione loro...»

 

 

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