Se il credito non fa più credito

RIMINI - Notizie primo piano - mer 12 ott 2011
di Stefano Cicchetti

Ormai è un coro: dalla crisi non si esce senza concedere fiducia
Porte chiuse a imprese e famiglie: ma le banche che mestiere fanno?

Anche quest'estate il turismo della riviera ha bene o male tenuto. Il che di questi tempi non è poco. Ma come se la passa il resto, quello che sta "a monte della statale 16"? Sono le imprese che non campano di sole e accoglienza e che rappresentano la metà dell'economia locale. Per loro, poco sole e tante nuvole. "Interi settori - ha dichiarato Salvatore Bugli, Direttore Provinciale di CNA Rimini - come l'edilizia, sono in gravissima sofferenza. Ma conoscono forti affanni anche il terziario metalmeccanico, l'abbigliamento, l'arredamento. Tutto questo si accompagna a politiche del credito del tutto insufficienti da parte degli istituti, con le imprese che devono affrontare difficoltà inenarrabili per reperire risorse non solo per gli investimenti, ma addirittura per la liquidità ordinaria. Così non va: proprio in momenti come questi occorre un'iniezione di fiducia verso quegli imprenditori che continuano a crederci e che riescono a stare sul mercato anche in condizioni come quelle attuali". Stessa musica da Confindustria, che ha appena presentato i dati congiunturali del primo semestre 2011. Anzi, nel rapporto divulgato alla stampa queste cifre non sono neppure riportate, perché "sono superate dagli accadimenti che si sono
verificati dal momento della rilevazione ad oggi". E cioè: i dati, già ben poco confortanti, fotografavano la situazione come era prima della bufera di quest'estate. E se le previsioni degli imprenditori prima di agosto erano cariche di pessimismo, facile immaginare a quale livello sia scesa oggi la loro fiducia. Anche il presidente degli industriali, Maurizio Focchi, si rivolge al mondo del credito quasi con un grido disperato: "Chiediamo ancora una volta alle banche di sostenere gli imprenditori e di tenere conto di tutti i fattori con cui le aziende devono misurarsi, come la difficoltà d'incassare i propri crediti. La nostra proposta è di operare nell'interesse comune, cercando di individuare strumenti e modalità per finanziare i progetti di crescita delle imprese attraverso l'erogazione del credito". Risponderanno, le banche? O meglio, saranno in grado di rispondere? Perché anche per loro sono tempi amari. Imperversano i commissariamenti, mentre tutti gli intrecci relativi all'allegro vicinato con San Marino stanno presentando un conto pesantissimo. Eppure le banche continuano a fare utili. E meno male, nessuno è così folle da augurarsi il contrario. Ma in parecchi ormai iniziano a domandarsi a cosa e a chi serva un sistema che si limita a raccogliere i risparmi, rinunciando ormai del tutto alla funzione da cui prende il suo stesso nome: il credito. Dopo di che, oltre a banche e imprese, forze sociali e categorie economiche, in campo di norma dovrebbe esserci anche qualcos'altro. Una volta si chiamava politica. Oggi quel che ne rimane, se e quando si impegna per benino, riesce a esprimere concetti innovativi come questo, scolpito da un navigatissimo statista come Fabrizio Cicchitto: «Se serve si può mettere mano anche al condono edilizio e fiscale. L'etica non si misura su questo ma sulla capacità di trovar risorse per la crescita ». E poi dicono che i politici dell'etica se ne fregano.

 

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