Il bambino che fuggì per andare a vedere il Giro

RIMINI - Notizie sport - mer 27 lug 2011
di Enzo Pirroni

Storie e personaggi del nostro sport
Ciccio Forlivesi scomparve in sella alla bici della mamma per raggiungere le Dolomiti

Nella primavera del 1957 frequentavo la quinta classe elementare alle scuole Tonini. In quel tempo deliravo per il ciclismo. Passavo le giornate a "studiare" gli ordini d'arrivo, imparavo a memoria i nomi dei corridori, mi deliziavo alla vista delle cartine altimetriche e sognavo leggendo la prosa dei quotidiani sportivi.
Durante il Giro d'Italia, la mia frenesia toccava l'apice. Restavo come ipnotizzato, per lunghi pomeriggi, davanti alla radio, in attesa del collegamento ed intanto trasmettevano musica leggera. Poi la musica cessava e Ferretti partiva per quei lunghissimi, magnetici assolo che erano cronaca, epopea, fantasia e finzione. A scuola ero insofferente e distratto e nulla riusciva a distogliermi dalle mie fissazioni. Avrei voluto coinvolgere e far partecipi anche i compagni a questo mio frenetico interesse ma i più si ritraevano lanciandomi un mariolesco sguardo di sberleffo.
Nell'ultimo banco, solitario, stava seduto, assolutamente disinteressato a tutto ciò che accadeva intorno a lui, Ciccio Forlivesi. Aveva costui qualche anno più di noi, poiché incidenti di percorso l'avevano obbligato a ripetere alcune classi. L'unica sua preoccupazione, durante le ore di lezione, era quella di guardare oltre i vetri della finestra. Ai rimproveri, in verità reiterati, della maestra il povero Ciccio, opponeva l'incolume sorriso dei suoi occhi bonari. Un giorno, mentre in frotte, tornavamo a casa (anche Ciccio come me abitava nei palazzoni di via Balilla, veri e propri inni alla lugubrità dell'architettura popolare), mi domandò quale, secondo me, fosse la tappa in cui si sarebbe deciso il Giro d'Italia. Contento di poter esibire il mio sapere dissi che sicuramente la Como - Trento Bondone, sarebbe risultata la tappa chiave e che il lussemburghese Charly Gaul avrebbe attaccato e nessuno sarebbe stato in grado di resistergli. Già che c'ero, gli descrissi (senza mai averli visti) i paesaggi alpini. Ne scaturì una vera e propria geografia omerica. Ciccio ascoltava con gli occhi socchiusi senza dir nulla ma a quel punto aveva già presa la decisione: sarebbe andato sulle Dolomiti. Ci sarebbe andato in bicicletta.
Il mattino non venne a scuola. L'avevano visto partire da casa insella alla bicicletta della madre. Poi più nulla. Quando anche per cena non si presentò, i famigliari si rivolsero alle forze dell'ordine e partì la caccia. Lo trovarono tre giorni dopo e la sua rentrée non fu affatto gloriosa. Lo riportarono a casa due carabinieri e lui come Pinocchio se ne stava quieto e perplesso in mezzo a loro con il suo candido sguardo d'agnello. Della bicicletta materna non se ne seppe più nulla né Ciccio volle, in seguito, parlarne.
L'avevano ritrovato sperduto e affamato nei pressi di Castello Tesino. Si rifiutò ostinatamente di spiegare in che modo fosse arrivato fin lassù e come avesse trascorso i suoi giorni di suiveur. Spese gli ultimi spiccioli dell'anno scolastico (esame compreso) isolato nel solito banco, intento a guardare al di là della finestra, finché un giorno mi si avvicinò dicendomi che lui l'aveva visto il passaggio della tappa sul Monte Bondone e non c'era la neve né faceva freddo e che Charly Gaul, che indossava la maglia rosa, era transitato su quella salita dopo gli ultimi, quindi con aria di complicità mi mise nelle mani un mazzetto di cartoline pubblicitarie dell'Amaro Cora. "Tieni - disse - queste le gettavano dalle macchine della carovana prima dell'arrivo dei corridori. Tienile tu".
Ciccio così imbelle e commiserevole apparve, in quell'occasione, ai miei occhi, come un eroe che aveva compiuto la grande impresa. Quel Giro viene ancor oggi ricordato come: il giro della "pipì" di Charly Gaul. Alla partenza della diciottesima tappa (la Como - Monte Bondone) Charly Gaul era in maglia rosa con 56" su Gastone Nencini e 1' 17" su Luison Bobet. Dopo un centinaio di chilometri, Gaul e Bobet decisero di fermarsi per fare pipì, ma il francese quando vide il piccolo Gaul intento a mingere ripartì proditoriamente scatenando l'offensiva. Fu così che Poblet (un velocista) si aggiudicò la tappa. Gaul arrivò al traguardo con un ritardo di 10', imprecando contro Bobet che gli aveva tirato un colpo basso. Nonostante tutto Luson national non vinse quel Giro: la maglia rosa passò sulle spalle di Gastone Nencini che la conservò per 19" sino a Milano. La sera a cena, Learco Guerra, il direttore spotivo di Gaul, riprese aspramente il suo corridore: "Così hai fatto la pissette! Bravo merlo! La prossima volta ti regalo un ‘pappagallo' in tal modo eviterai di fermarti!" In seguito, Ciccio ed io prendemmo strade diverse. Non lo rividi più.

 

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