Verso Santarcangelo 42

SANTARCANGELO - Notizie cultura - mer 27 lug 2011
di Lorella Barlaam

Radici nel territorio, sguardo sul mondo
Intervista a Roberto Naccari, presidente di Santarcangelo dei Teatri

Al telefono la voce di Roberto Naccari, nuovo presidente di Santarcangelo dei Teatri, va e viene. Sta attraversando il passo di Viamaggio, racconta di panorami aperti e luminosi e avvisa della possibilità di improvvise assenze di campo. Un'immagine della transizione che gestirà? È finito un triennio che ha riportato il Festival di Santarcangelo al centro del teatro contemporaneo, in cui alla direzione artistica "a rotazione" si è affiancato un coordinamento critico-organizzativo stabile. Nato dall'emergenza, si è rivelato un progetto costruttore di nuova identità. Come sarà Santarcangelo 42? «Sto cominciando un giro d'orizzonte con i soci e il consiglio di amministrazione, con una mia idea del Festival che cercherò di condividere e far partecipare» risponde Naccari. «Anch'io do un giudizio ottimo del triennio appena trascorso, che ha fatto uscire il Festival dall'emergenza, l'ha rimesso in linea, ha aperto porte. Da qui dobbiamo muovere verso obiettivi più ambiziosi. Tenendo presente che il Festival è un oggetto fragilissimo, un fiore che ogni anno prende una sua forma. Non c'è garanzia su cosa sarà il teatro di domani. E al centro delle scelte da fare non ci deve essere un nome contro un altro, ma un progetto a lunga gittata, e poi bisogna trovare le persone giuste per interpretarlo, con la libertà artistica che Santarcangelo ha sempre difeso.» Quali le priorità? «È una decisione che va presa in fretta, per dare la possibilità alla direzione artistica di costruire con calma il lavoro, e bisogna capire che siamo alla fine di un ciclo che così com'è non è riproducibile. Da qui si parte per capire come Santarcangelo può evolvere rispetto al suo ruolo nel teatro nazionale e internazionale e sul territorio. È dagli anni '70 che si cerca l'annualità, e questa è una delle direzioni in cui mi piacerebbe muovere. Non penso a una "stagione invernale", ma a un Festival come un nucleo di persone capaci di elaborare un progetto forte in grado di trovare altre sedi, altri spazi, di dialogare, innervare e contaminare altre realtà del territorio. Per questo c'è bisogno di un dialogo forte con Rimini, senza ansie di gestione e colonizzazione del territorio, che va recuperato anche se sono tempi difficili un po' per tutte le istituzioni culturali. Per condividere questo crocevia di pensieri, persone ed esperienze, come è nella vocazione della nostra provincia. E credo che il Festival abbia bisogno di poggiare su un territorio ricco, vivace e curioso. Non si può restare asserragliati in un fortino con intorno il deserto.» Cosa significa, per te, questo ritorno a Santarcangelo? «Da una parte non sono mai stato davvero lontano da quella comunità che per me è il Festival. Sono stato direttore organizzativo fino al 2004: dieci anni, di cui otto stupendi, un'esperienza umana e professionale bellissima e travolgente: io sono cresciuto lì. Quando mi hanno fatto questa proposta ho chiesto se non si fossero sbagliati, non potevo non accettarla, ho un debito enorme verso il Festival. E mi piace questa sfida.»

 

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