Pro-memoria a Liarosa di Elio Pagliarani
L'uomo tra il prima e il dopo della poesia
Inizia da Viserba il filo di "ricordi, memoria, sguardo al passato"
Pro-memoria a Liarosa (Marsilio), di Elio Pagliarani, «non è la storia di uno dei maggiori poeti del secondo Novecento. (...) Nell'autobiografia c'è il prima e il dopo della poesia, cioè i due tempi in cui prima che il poeta conta l'uomo.» Così Walter Pedullà, amico e critico autorevole di Pagliarani, introduce la prima opera in prosa del poeta viserbese. Il cui racconto prende le mosse proprio dalla Viserba degli anni Trenta perchè «del tutto inopinatamente, alcuni anni fa» scrive Pagliarani, «mi accorsi di sentirmi piuttosto compiaciuto delle mie origini romagnole». E che origini: nientemeno che i Pajarèn del ramo di S-ciupaz, "dello schioppo", cui Mariù Pascoli accollava l'omicidio del padre. L'incipit è legato alla nascita, nel '77, della figlia Liarosa, cui il poeta vuole «fornire un corredo di notizie che possano appagare sue curiosità future, senza che, beninteso, ne risulti alcunché di esemplare.» Germina così il godibilissimo racconto in prosa di un narratore che «lo è stato in versi: memorabilmente (La ragazza Carla; La ballata di Rudi)», come ha scritto Andrea Cortellessa. La prima parte è dedicata all'infanzia e adolescenza, «infiorata dalla meraviglia di mia figlia bambina: duplice o triplice meraviglia: di lei che scopriva il mondo, di me che scoprivo lei e con lei infante riscoprivo la mia infanzia.» Con una galleria di personaggi indimenticabili: la nonna che si accorge di stare per morire perché i pidocchi le scappano dai capelli, e allontana la figlia; il padre Giovanni fiacaresta, la madre Pasquina, «scatenata/andata avanti a urla fino alla fine, in ospedale/ e io non c'ero», in una Viserba regina di acque «freschissime, purissime, leggerissime» e di "bagnanti". Un «amarcord dell'infanzia romagnola che per Elio prende la forma dell'aneddoto favolistico-popolare più che del divertissement psicanalitico», come da postfazione di Sara Ventroni. Infanzia che, col tono dell'idillio, attraversa una stagione storica complessa che «Elio racconta più da lettore dell'irridente Pulci che del credulo Boiardo», chiosa Pedullà. Vent'anni dopo, quasi un dono di nozze per la figlia, Pagliarani riprende il racconto dal passaggio del fronte nell'estate del ‘44, ripercorrendo le opere e i giorni della maturità artistica, e gli incontri: «grandi persone, grandi personaggi (che non è sempre la stessa cosa) ho avuto la fortuna di conoscere », annota. Dallo scontro con Pasolini, alla diffidenza verso il farisaico Vittorio Sereni, a Ungaretti di cui gli dispiace solo «l'enfasi che metteva nella parola poeta», il fervido panorama letterario degli anni '60 non potrebbe avere sguardo critico più acuto e concreto. Il lavoro di Pagliarani sul Pro-memoria è durato trent'anni, con la lenteur e le infinite varianti che sono la sua cifra stilistica, in una prosa «che ha tanto il passo tranquillo quanto è ansioso e asmatico il passo di una poesia reso claudicante dalle fratture ritmiche», e Pedullà qui sta pensando a Cronache, o Inventario privato, che pure raccontano vita. E annota: «Pagliarani dice di voler essere "inesemplare", ma proprio così qui diventa un eccellente esempio di "inesemplarità".» Attraverso un work in progress come tutte le sue opere e come è la vita, con quel "Cetta, aspetta che non ho finito" che chiude il libro.
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