E San Marino diventa croato

RIMINI - Notizie primo piano - mer 29 giu 2011
di Stefano Cicchetti

Il provincialismo parte dalle nostre capitali
Uno svarione del Tg3 illustra bene una certa mentalità

"Benedetto XVI è giunto nella più antica repubblica del mondo, fondata 500 anni fa da un profugo croato". Così l'inviato del TG3 ha raccontato alla nazione la visita del Papa a San Marino. Il giornalista in un colpo solo ha mancato di 1200 anni la fondazione - seppur mitica - della Repubblica - e ha attribuito allo scalpellino dalmata la cittadinanza di uno stato che ha iniziato ad esistere 600 anni dopo quello del Titano. Anche volendo riconoscere che gli Slavi si affacciarono sull'Adriatico fin dal VI secolo, per fare di Marino da Arbe un "croato" resterebbe l'invalicabile muro di 200 anni. Senza considerare che il Regno di Croazia si impadronì di Arbe-Rab, e saltuariamente, solo nel XII secolo. 

A dire il vero, qualcuno si è già esercitato in spericolati scavalcamenti storici. Ma finora erano stati solo i depliant turistici dei nostri dirimpettai, che tutti impettiti inseriscono fra i croati celebri anche "Marin".
Il Papa a San Marino ha lanciato un forte messaggio sull'accoglienza agli immigrati. Per il cronista la tentazione del richiamo storico "brillante" dev'essere stato troppo forte. Più forte anche del più banale controllo dei dati.
Questo episodio minimo denota un atteggiamento che non appartiene solo ai media. E' la sovrana indifferenza che il "centro" nutre verso la "periferia". Lo stato italiano è nato sul filo di una forzatura: creare una struttura fortemente centralizzata, sul modello francese, partendo da una nazione che più composita non si può. Genti di ogni origine, le "cento città" ciascuna con storia e cultura propria, gli staterelli pre-unitari. Ma finché la centralizzazione spettava ai prefetti, l'Italia è rimasta quella che era sempre stata: una nazione al plurale.
Tutto cambia con l'avvento della televisione. Come la Rai proclama con orgoglio, l'unificazione culturale è avvenuta attraverso il video. Il rullo compressore catodico ha cancellato le lingue locali molto più velocemente che la scolarizzazione di stato. Roma ha iniziato ad essere davvero capitale, e il romanesco lingua ufficiale della tv. Salvo la pubblicità, che essendo fatta a Milano ha sempre parlato meneghino.
Se ha ragione un guru della televisione come Ettore Bernabei (direttore generale Rai dal 1961 al '74), le ultime svolte politiche in Italia sono state dovute non ai cittadini, ma ai telespettatori. La fine della prima repubblica sarebbe stata dovuta all'insoddisfazione verso i palinsesti Rai, così come il successo politico di Berlusconi sarebbe andato di pari passo con il gradimento dei suoi programmi televisivi.
Seguendo questo ragionamento si spiegherebbe anche la nascita del leghismo. La provincia si sente sopraffatta e derubata dal centro. Dalle tasse, sì, ma non solo. Sente venir meno la famosa "identità". Non apparire in tv significa non esistere. E la provincia nei media nazionali non esiste. Oppure, quando accade, viene trattata con la medesima trasandatezza toccata a San Marino.
Ma in Italia non abbiamo avuto neppure un vero centralismo: trattasi invece di provincialismo delle capitali, di una vista straordinariamente corta che non oltrepassa il raccordo anulare e la tangenziale milanese. Una miopia cui chi romano o milanese non è si ribella rifugiandosi nel localismo più becero. Intanto, là fuori, il resto del mondo va avanti.

 

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