RIMINI “Non l’ho mai presa e mai più la prenderò”
RIMINI - Notizie Sport - mer 06 ago 2008
di Enzo Pirroni
[{Doping e sport}
La farmacia del diavolo miete vittime anche al Tour]
Quando il calcio me lo consente, io vado a far visita al ciclismo. L’occasione me la offre il trionfo dello spagnolo Carlos Sastre nel Tour de France. Un Tour denso di dubbi e di veleni. A trentatrè anni, l’ex gregario dalla faccia triste (è una caratteristica questa degli scalatori spagnoli: così era Bahamontes, così era Jimenez, così era Ocana, così era Escartin), realizza il sogno della vita, coronando una carriera durante quale, finora, aveva ottenuto la miseria di sole cinque vittorie.
E’ la solita, commovente favola del gregario che finalmente compie l’impresa e si trova catapultato d’incanto nell’empireo delle due ruote. Nel dopoguerra soltanto l’olandese Joop Zoetemelk nel 1980, aveva vinto il primo Tour della sua vita a trentatrè anni. Per Fausto Coppi nel 1952 era il secondo, come per Gino Bartali, che nel 1948, all’età di trentaquattro anni bissò il successo del 1938. Per Armstrong, sempre a trentaquattro anni, nel 2005, era il settimo.
Carlos Sastre Candil, ha vinto il Tour alla media di oraria di chilometri: 40,492. La quinta in assoluto dopo l’inavvicinabile 41,654, fatta registrare da Armstrong nel 2005, dopo il 40,940 dello stesso ciclista texano nel 2003, dopo il 40,784 di Pereiro due anni or sono e il 40,533 sempre dello stesso Armstrong nel 2004.
Le medie, a saperle leggere, dicono assai più del puro riscontro numerico. In questo Tour, dato per pulito, hanno continuato ad essere stratosferiche come quando, a detta di tutti (tecnici, medici, corridori) girava più “roba”. In questo ultimo Giro di Francia, l’antidoping l’ha fatta da padrone. Sono stati effettuati 180 prelievi prima della partenza più dodici controlli mirati ad ogni tappa. A farne le spese, di questi controlli, è stato Riccardo Riccò, allontanato dalla corsa francese perché trovato positivo al C.E.R.A (l’ultimo ritrovato in fatto di doping). Il giovane corridore di Formigine, che da tempo vive dalle nostre parti, (a Torriana), ha confessato la propria colpa davanti al procuratore Torri senza neppure chiedere le controanalisi. Riccò ha annunciato che si metterà a lavorare nell’azienda del padre e ha detto che non sa se e quando tornerà a gareggiare.
Sulle prime, avrebbe affermato di essersi procurato la sostanza tramite Internet, poi è spuntato fuori il nome di uno dei medici sportivi più chiacchierati: il dott. Carlo Santuccione. Una vecchia famigerata conoscenza, già squalificato per cinque anni (dal 1995 al 2000) dalla Federazione Ciclistica e quindi radiato a vita dallo sport nazionale in seguito all’inchiesta denominata “Oil for drug”. Per la frequentazione col dulcamara abruzzese erano stati, in un recente passato, inquisiti il ciclista Danilo Di Luca e l’astista Gibilisco, poi scagionato dal Tas.
Ora, Riccò non è un santo (perché paga) né un eroe. Non è il primo né sarà l’ultimo atleta a venir preso nella rete dell’antidoping. La pietà, ha detto bene Gianni Mura, è per chi cade, non per chi imbroglia. Fa rabbia, volendo parlare di ciclismo, affrontare sempre codesto spiacevole argomento. Ma non scopriamo nulla di nuovo se diciamo che lo sport vive, da sempre, attingendo alla “farmacia del diavolo”. I bracconieri ci saranno sempre in barba a tutti i divieti ed a tutti i controlli. Mi viene in mente, a tal proposito, la risposta che diede un famoso cicloamatore riminese, che in gioventù era stato un ottimo dilettante, ad un intervistatore piuttosto ingenuo che gli chiedeva se avesse mai preso qualcosa per migliorare le prestazioni. Il mio amico, con lo sguardo bonario del cagnone di Walt Disney, lo rassicurò dicendo: “ Non l’ho mai presa e mai più la prenderò”.
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