Nella cittā alla rovescia

RIMINI - Notizie satira - mer 15 giu 2011
di Lia Celi

L'estate dei nostri figli
A Rimini si lavora di più quando la gente normale si diverte: e i bambini?

Non c'è bisogno di vivere qui da anni per sapere che il calendario riminese è quello delle altre città in negativo: i loro giorni festivi per noi sono segnati in nero, e viceversa. Qui, insomma, si lavora di più quando la gente normale si diverte, e più vuole divertirsi, più qui c'è lavoro. Le uniche a non essersene mai accorte sono le scuole: ai primi di giugno si chiude, e non ci sono santi.
La scuola italiana è ferma a una piccola Italia anni Sessanta, dove le mamme non lavoravano e nella bella stagione ogni giardino, ogni cortile e ogni vicolo diventavano centri estivi autogestiti pullulanti di bambini, finché i papà e le mamme non li caricavano tutti sulla Seicento per portarli al mare a godersi il sacrosanto mese di ferie pagate.
Qui a Rimini, dove il mare c'era già, i piccoli indigeni, lasciati per tre mesi allo stato brado da genitori impegnati a farsi il mazzo come bagnini, cuoche e albergatori, formavano branchi organizzati stile «Signore delle mosche», che colonizzavano angoli di spiaggia e campi incolti abbandonandosi spesso a pratiche para-teppistiche. A settembre papà e mamme venivano a riprenderseli, li contavano (a volte li confondevano perché dopo tre mesi non li riconoscevano più), e, se li ritrovavano tutti sani e salvi, tiravano un sospiro di sollievo.
Oggi sarebbe roba da denuncia collettiva per abbandono di minore, mentre i ragazzi finirebbero tutti al riformatorio per violazione di proprietà privata, schiamazzi e danneggiamento. Paradossale: quando il Paese scoppiava di bambini, per loro nelle città c'era un sacco di spazio disponibile. Lo sparuto manipolo dei bambini di oggi vive praticamente agli arresti domiciliari: i nostri figli possono uscire solo accompagnati e per ragioni mediche, familiari o di istruzione. La maggior parte delle case non ha giardino, e i vicini sono pronti a minare i giardini condominiali pur di non vederli mai contaminati da un pallone, da un triciclo o da uno strillo infantile.
Al parco i bambini da soli non possono andarci, almeno finché non saranno abbastanza grandi da duellare a bottigliate con i relitti umani che vi soggiornano. La spiaggia è, in un certo senso, più sorvegliata, ma finché non possono andarci per conto loro in bicicletta, muniti di casco e santino di Padre Pio (e, specie le ragazze, sempre in gruppo mi raccomando), ce li dovrebbe portare la mamma a meno che, a causa di disgustosa perversione che i nostri governi non sono ancora riusciti a scoraggiare nella popolazione femminile, abbia un lavoro. In quel caso ce li porta la nonna, presente, generosa, infaticabile: l'unica eroina dalla quale le riminesi sono dipendenti.
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