Una rocca, due chiese e un leontino d'eccezione
Dall'11 giugno Umberto Eco è cittadino onorario di San Leo
Tra satira e poesia, il travolgente intervento di Roberto Benigni
Stavolta sì che è un evento: il conferimento a Umberto Eco della cittadinanza onoraria di San Leo, ospite Roberto Benigni. La Rocca è d'oro nel sole (poi si annuvolerà) ad attendere in fila un pot pourri d'umanità varia e rappresentanti delle istituzioni. Arriveranno Marco Paolini, Elisabetta Sgarbi, Nicoletta Braschi, Tonino Guerra... Come scenografia, un paesaggio da Piero della Francesca. Sul palco il sindaco di San Leo, Mauro Guerra, Umberto Eco che si appoggia con nonchalance a un bastone, Roberto Benigni in giacca nera e camicia bianca, la Sovrintendente di Ravenna, Antonella Ranaldi. La voce del sindaco trema un po', nel motivare il riconoscimento. Umberto Eco è di casa nella montefeltrana Monte Cerignone, ha definito San Leo - «una Rocca e due chiese» - la città più bella d'Italia, sul Venerdì di Repubblica... Il rituale è stringato, Eco si dice non solo «degno, ma degnissimo» di ricevere la cittadinanza onoraria. Sorride. «Da 36 anni ho casa qui vicino, ogni anno vengono a trovarmi amici stranieri, me li scarrozzo sempre sin qui... la Cella di Cagliostro l'ho visitata 180 volte, da domani voglio una percentuale. Ringrazio il sindaco, e Benigni di essere venuto per amicizia a leggere brani delle mie opere, scelti insieme. Così sono sicuro che almeno qualcuno ha letto i miei libri...».
Le letture, da "Il nome della Rosa", "Il pendolo di Foucault" e "Il cimitero di Praga" contengono tutte "frammenti" di San Leo: la Rocca, Cagliostro, un'improbabile evocazione del suo spirito realmente avvenuta... Benigni irrompe verso il leggìo, ed è subito one man show. «Sono davvero orgoglioso di leggere le cose di Eco in sua presenza, come leggere Aristotele davanti ad Aristotele... gli avete dato la cittadinanza onoraria perché ha nominato due o tre volte Cagliostro, io sono 17 anni che parlo di Berlusconi: perché non mi danno la cittadinanza onoraria di Arcore?» e continua, tra velati accenni ai referendum «quando mi hanno proposto di fare queste letture ho risposto sì, sì, sì, sì, quattro volte sì, siamo in silenzio elettorale e non posso dire altro, ma si può dichiarare che in fondo l'Italia è il paese "dove il sì suona"» e altri ironici affondi: «Cagliostro, un uomo straordinario che manipolava la testa degli altri, un seduttore - la moglie affermava che era malato - che diceva di essere il più grande Alchimista degli ultimi 150 anni e giurava sulla testa dei suoi figli... ora la sua cella è vuota e libera.» Per Benigni, questi luoghi sono «di una bellezza da svenire». E conclude: «Ho la fortuna di essere amico di Umberto Eco, che non andrebbe a prendersi neanche il Nobel, e un giorno mi chiama e mi dice "vado a prendermi un premio a San Leo, tu vieni?"» La lettura che segue è intensa, sobria, intervallata da brevi commenti, perché «si può scherzare su tutto, non sulla poesia.» Alla fine il pubblico è tutto in piedi ad applaudirli, una standing ovation che sembra non finire mai, mentre Benigni va a stringere la mano di Tonino Guerra. Umberto Eco, a noi cronisti, regala affabile qualche dichiarazione: «Ormai passo anche due o tre mesi l'anno nella casa di Monte Cerignone: adesso con la banda larga e una buona biblioteca si può lavorare dappertutto. E' lì che ho scritto gran parte degli ultimi romanzi, di notte, mentre fuori abbaiavano i cani...»
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